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Ci piace inaugurare questa rubrica con una parola che pare scomparsa dall’orizzonte pubblico, proprio quando se ne sente più acuto il bisogno: DISARMO.

 

L’accordo di Strasburgo del 1675 tra la Francia e il Sacro Romano Impero è il primo esempio moderno di trattato internazionale sulla volontaria limitazione degli armamenti (in quel caso, si trattava di “armi chimiche” risalenti alle invenzioni di Leonardo da Vinci). Il concetto di disarmo si riaffaccerà, senza successo, alla ribalta ufficiale durante le Conferenze dell’Aja (1899-1907), per tornare d’attualità dopo la Prima Guerra Mondiale e trovare una prima maldestra attuazione con il Trattato di Versailles (1919), che impone il disarmo alla sola Germania impegnando gli altri Stati ad un improbabile disarmo “futuro e progressivo”.

Dopo che almeno 150.000 tonnellate di armi chimiche (alfa-bromo-xylene, iprite, gas mostarda) avevano causato almeno 100.000 morti nella Grande Guerra, il Protocollo di Ginevra del 1928 bandiva l’uso delle armi chimiche e batteriologiche, senza peraltro vietarne la produzione, lo stoccaggio e il trasporto (per arrivare ad un effettivo, e relativamente efficace, bando delle armi  chimiche bisognerà aspettare la Convenzione di Parigi del 1993).

Nel 1932 il disarmo dà il nome alla Conferenza Internazionale di Ginevra, alimentando qualche effimera speranza: con l’uscita della Germania dalla Conferenza (1933) inizia al contrario, in tutto il mondo, una corsa al riarmo “keynesiana” che porterà inevitabilmente alla tragedia della II GM.

Dopo il 1945 solo le potenze sconfitte dell’Asse applicheranno, volenti o nolenti, politiche di limitazione del riarmo: nel resto del mondo si parla ancora di “disarmo” soprattutto nucleare, ma i vari trattati definiscono in realtà un riarmo bilanciato fra le potenze ufficialmente autorizzate a detenere l’arma atomica (fatto salvo il silenzio sui 200 ordigni in possesso di Israele, e sui 4-500 di cui entro il 2025 potrebbero dotarsi India e Pakistan). La crisi degli Euromissili suscita, negli anni ‘80, un possente movimento ecopacifista che, a partire dalla caduta del Muro di Berlino, diventerà via via sempre più marginale, facendosi prima assorbire dal movimento no global fino a sparire dalla scena politica dopo il doppio colpo dell’estate 2001 (il G8 di Genova e l’11 settembre) e gli anni della guerra globale al “terrorismo”.

Altri tentativi di regolamentare specifiche categorie di armamenti hanno riguardato in primis le armi biologiche, con la Biological Weapons Convention del 1975: la Convenzione purtroppo non ha fermato le pericolose ricerche sui virus chimera o sulla Gain of Function, cioè il potenziamento dei patogeni, né può sanzionare l’uso di armi effettivamente proibite, come il gas CS al cianuro, da parte dei governi contro i propri cittadini.

Più di recente i maggiori esperti di Intelligenza Artificiale (AI) hanno lanciato una proposta di moratoria  sulle “armi letali autonome” (stormi di droni o di robot armati governati da AI): dal 2013 una campagna internazionale ne chiede la proibizione ma Australia, Israele, Russia,  UK e USA hanno finora bloccato ogni accordo, e fra i militari si discute ormai apertamente se e quanto delegare agli algoritmi il potere decisionale in scenari di battaglia.

Altri armamenti di nuova concezione, come le armi ad energia diretta, sarebbero già stati sperimentati sul confine sino-indiano (e forse ai danni di qualche funzionario di ambasciata Usa, in Russia e a Cuba) e sono in via di adozione da vari Paesi per disperdere folle ostili, nonostante le preoccupazioni di ordine legale e sanitario: queste armi particolarmente subdole ad oggi non sono oggetto di regolamentazione né, purtroppo, di una campagna di opinione per una moratoria.

Ma la cosa più preoccupante, e che ci mostra quanto la presunta svolta green propagandata dalle oligarchie sia falsa fin dai presupposti, è il silenzio tombale sul tema del disarmo da parte di chi sta preparando il nostro futuro.

Per capire quanto sia fuori moda il disarmo basta un’occhiata a questo grafico di Google Trends che mostra un interesse in costante calo per l’argomento, concentrato peraltro in Paesi ai margini dei grandi giochi geopolitici.

La prospettiva del disarmo è completamente assente dai documenti dell’UE sul Recovery Plan e sulla Recovery and Resilience Facility, così come dalle comunicazioni alle Camere del Presidente incaricato Draghi: non potrebbe essere altrimenti, visto che la Nato ci chiede di aumentare ulteriormente le nostre spese militari proprio mentre intensifica l’accerchiamento della Russia, definita “minaccia esistenziale” per l’Alleanza dal neopresidente Usa Biden.

Il disarmo non compare neanche nei documenti sul Great Reset -ossia, le “profezie autoavveranti” sul nostro futuro da parte del World Economic Forum– dove pure si sprecano titoli sulla “solidarietà globale” e sui “nuovi paradigmi di cooperazione” (anche il famigerato dossier della Rockefeller FoundationScenarios for the future of technology and international development”, che fin dal 2010 prefigurava il Great Reset stesso, è privo di qualunque riferimento alla riduzione degli armamenti).

Non c’è solo la stranezza che, mentre si prefigura un governo o almeno una governance planetaria improntata al multilateralismo e alla cooperazione globale, non si pensi a disarmare i protagonisti di questa auspicata cooperazione: c’è che proprio il disarmo, se la svolta green fosse autentica, sarebbe il primo e più economico strumento per ridurre consumi e inquinamento, molto più e molto meglio delle chimeriche riconversioni produttive che assorbiranno invece gran parte degli investimenti, o della prospettata contrazione del turismo, dello spettacolo e di tutte le attività di sussistenza che il neopremier Draghi ha già annunciato di voler accompagnare verso una “dolce morte” in quanto non abbastanza redditizie.

Il solo esercito degli Stati Uniti è il singolo maggior consumatore di petrolio al mondo, e solo per far “girare la macchina” in assenza di conflitti globali consuma ogni giorno più dell’intero Portogallo: il tutto senza considerare l’inquinamento provocato dai propellenti dei missili, dagli esplosivi e dai componenti tossici o radioattivi usati in battaglia e nelle esercitazioni -con le devastanti conseguenze che i nostri soldati impiegati in Bosnia e i cittadini della Sardegna ben conoscono.

Non meno grave l’impatto finanziario del mancato disarmo: la “guerra al terrorismo” fra il 2001 e il 2020 è costata ai soli Stati Uniti dai 2 trilioni ai 6,4 trilioni di dollari (di cui almeno 2 trilioni a debito): una “transizione ecologica” che non faccia del disarmo generalizzato una priorità assoluta è dunque, in tutta evidenza, una presa in giro.

C’è infine un altro tipo di disarmo di cui vorremmo parlare, in quanto corrisponde ad uno dei principi ispiratori di Simbiosi: il disarmo unilaterale della Scienza e della Tecnica nei confronti della Natura.

Siamo ormai in grado, con una stampante 3D, di fabbricare un segmento di DNA (è successo così per i “vaccini” sperimentali a mRNA), ma siamo ancora ben lontani dal capire quello che stiamo facendo -ossia, come la nostra “creatura” si comporterà una volta inserita nell’organismo e ambiente: lo stesso discorso vale ovviamente per tutti gli OGM e per le nanomolecole, che troviamo ormai in prodotti di largo consumo in assenza di studi sugli effetti biologici potenziali, e l’elenco potrebbe continuare… è evidente che non possiamo più permetterci di s-coprire i danni con trenta o cinquant’anni di ritardo, come è stato per l’amianto, i PFAS etc.

Così come non è più tabù parlare di “decrescita” (anche se purtroppo a noi, in regime di turbocapitalismo, tocca sorbirci la versione “infelice” della medesima) è arrivato il momento di affrontare il tema della rinuncia all’approccio ingegneristico/bellicistico della “tecnologia creatrice”, o perlomeno di un suo fortissimo rallentamento e del ripristino di una supervisione pubblica e indipendente dei processi produttivi e della loro certificazione (*).

Occorre -si è detto mille volte- un cambio di paradigma: dalla tendenza all’ipersemplificazione dei sistemi naturali, con la pretesa magari di “correggere” a colpi di Gene Editing  miliardi di anni di evoluzione ancora malcompresa, ad un concetto più umile, ricettivo ed olistico del rapporto Uomo-Natura che potremmo riassumere nella filosofia “One Health”.

Anche da questo punto di vista il programma di governo e i documenti dell’UE (al netto della “Strategia europea per la biodiversità” che appare come un controcanto isolato e dissonante, ed è ben lontana dall’attuazione) sono deludenti anche se purtroppo non sorprendenti: al di là delle ovvie considerazioni sui trascorsi del ministro Cingolani nell’industria bellica, il problema è che si continua a privilegiare quest’approccio trasformativo e tecnologizzante rispetto alla cura, manutenzione e rigenerazione del territorio, per cui ai problemi creati dalla tecnologia e dalla finanza si risponde pavlovianamente con più tecnologia e più finanza.

Agricoltura di precisione al servizio delle monoculture (e con gli OGM dietro l’angolo) anziché policulture bio, elettrificazione incentivata del parco auto anziché investimenti sul trasporto pubblico (senza peraltro calcolare l’impatto ambientale della nuova filiera), nuovi meccanismi finanziari sul modello dei fallimentari e criminogeni “certificati verdi” in luogo dell’innovazione dei processi produttivi, enfasi sulla digitalizzazione e sul 5G -altra infrastruttura di stretta derivazione militare- anche e soprattutto in ambiti (scuola, sanità) che di tutt’altro avrebbero bisogno, corsa alle energie “rinnovabili” -con in prima fila, ahinoi, le biomasse legnose- anziché al risparmio energetico (ben sapendo fra l’altro che il 5G a regime consumerà fino al triplo rispetto all’attuale configurazione 3-4G): l’insieme di queste politiche non migliorerà la vita in città e aggraverà l’impoverimento delle campagne, spalancando le porte ad un nuovo latifondo [altra parola fuori moda di cui prima o poi dovremo occuparci: oggi si dice “land grabbing”] e all’ennesima finta “rivoluzione verde” ad alta intensità di capitale e biodiversità tendente a zero.

La cosa più fastidiosa è che tutto ciò avvenga sotto la copertura di un sedicente ambientalismo, evocato addirittura da Draghi in persona come carattere distintivo del nuovo governo: e sarà proprio la triste parabola della parola “ambientalismo” l’oggetto della prossima puntata di questa rubrica.

 

Oleopaticus

 

(*) abbiamo in mente una nuova parola, perfetta per definire questo indispensabile “passo indietro” della tecnica -o meglio passo avanti del controllo sociale sugli “animal spirits” dello sviluppo: ne parleremo presto…

Oleopaticus

Oleopaticus

Nato negli anni '60, ha passato buona parte dell'infanzia dribblando ulivi nel tentativo di migliorare il palleggio: sforzo inutile e ben presto abbandonato, di cui resta oggi un rapporto di fratellanza con gli ulivi che si è via via esteso a tutti i nostri amici con le radici. Ha studiato la storia della Scienza, dei suoi rapporti con il Potere, dei suoi cambi di paradigma passati e di quelli auspicabili per il futuro. Dopo un'esperienza nella Polizia Giudiziaria ha continuato ad occuparsi di questioni ambientali/scientifiche (ma anche, nel tempo, di varia umanità: dai serial killers ai giovani talenti artistici) come giornalista. Dalle pagine di Simbiosi gli piacerebbe avviare qualche riflessione sull'inquinamento delle parole, ovvero su come certi artifici linguistici e certi stereotipi veicolati da stampa e tv siano determinanti - al netto delle censure vere e proprie - per influenzare l'opinione pubblica, e sui meccanismi narrativi alternativi che possono aiutarci a (ri)portare la voce degli alberi all'orecchio dei potenti e al cuore delle persone.

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