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(Tratto dal Volume 1 di Simbiosi. Puoi acquistarlo qui)

Foto di copertina di Andrea Benvenuti

Orso marsicano: prima di tutto, la verità

Sul leggendario Orso marsicano, che ancora sopravvive miracolosamente nel cuore dell’Appennino, si è detto tutto e il contrario di tutto, s’è scritto moltissimo, e sono circolate storie incredibili. Spesso a pontificare erano giornalisti frettolosi che avevano raccolto qualche voce di paese, o tronfi accademici che non si erano mossi dal proprio laboratorio, o altri discutibili personaggi alla ricerca di visibilità. Parlavano molto quelli che sapevano poco, e avevano letto ancor meno. Arraffati gli ingenti fondi europei, i “baroni” si guardavano bene dall’esplorare il territorio, e ancor più dal sentire le persone che vivevano da sempre a contatto con il plantigrado: montanari, pastori, guardaparco, naturalisti. Impostarono il loro lavoro attingendo qua e là da pubblicazioni americane focalizzate sul Pacific Northwest: dove ci sono, sì, Orsi bruni, Grizzly e Baribal, ma la situazione è profondamente diversa.

Nessuna meraviglia, quindi, che la spesa per gli studi sul marsicano, divenuta appannaggio esclusivo di un solo ateneo, sia cresciuta a dismisura (si parla di 30-40 milioni di fondi pubblici, nazionali ed europei, oltre a varie donazioni private), e nessuno scandalo se i risultati sostanziali siano stati piuttosto scarsi. Ovvero, una valanga di carte (“papers”) utile alla carriera dei ricercatori, e certo un generoso sostegno al loro benessere: ma nulla, o quasi, per l’Orso, e ancor meno per coloro che vivono a suo contatto. Su questo ingente giro d’affari circolano le voci più disparate. Eccone qualcuna raccolta dal vivo: “Le sapienti università usano l’Orso come bancomat, o meglio Orsomat!”; “Ormai non c’è più niente da fare, ne sono rimasti troppo pochi”; “Meglio rinsanguarli con Orsi presi dalla Croazia!” (l’ultimo capolavoro ha avuto, a quanto pare, la benedizione dell’ARPA). Nella fitta nebbia della vulgata da anni imperante, per risolvere il problema occorrerebbero in realtà soltanto un po’ di competenza, capacità decisionale, tempestività e responsabilità. E invece, cosa fanno i nostri supremi reggitori della cosa pubblica? Ovviamente, secondo le migliori tradizioni della politica italica, nominano una bella commissione. Che si riunirà di tanto in tanto, con alcuni sicuri risultati: nuove spese, chiacchiere dilaganti, burocrazie imperanti. Il suo nome sarà Patom: ma con tutto il rispetto, fin dall’inizio qualcuno l’aveva ribattezzata “Pateracchiom”, analogamente all’omologo Pacobace, originario del Trentino. Un vero capolavoro, che scoprirà l’acqua calda, e per mitigare il “problema Orso” non sarà capace di fornire amorevolmente che tiepidi impacchi, con risultato zero.

Cosa fare allora, per salvare l’animale più importante e minacciato della fauna Italiana? La risposta è semplice: basterebbe ripristinare le strategie che, mezzo secolo fa, l’avevano sottratto all’estinzione, migliorandone le condizioni di vita e accrescendone gradualmente la popolazione. Ma per agire in modo efficace, occorrerebbe anzitutto sgombrare il campo dalla valanga di false credenze, dicerie, illazioni e interpretazioni capziose, diffuse a iosa dai nemici del Parco Nazionale d’Abruzzo. Occorre che, dissipate le nebbie e lacerato il velo, la verità torni a risplendere. Conoscendo bene la storia dell’area protetta – avendola vissuta per un terzo di secolo –, proveremo ad assestare qualche primo colpo al castello di menzogne, rispondendo ad alcune precise domande (se volessimo stare alla moda, diremmo: ad alcune Faq, Frequently Asked Questions).

Dario Quattrin orso simbiosi magazine

Femmina adulta di orso bruno. Foto di Dario Quattrin

1. Quanti sono oggi gli Orsi marsicani?

Malgrado l’enorme dispendio di energie e risorse, non crediamo si possa dare oggi una risposta certa a questo interrogativo fondamentale. La cifra che viene fatta circolare è di 50 individui circa, ma si riferisce soltanto a quelli monitorati in parte dell’areale, senza mai considerare il resto del vastissimo territorio percorso e abitato dall’Orso (dai Monti Ernici e Simbruini alla Marsica e al Cicolano, dal Velino-Sirente ai Sibillini e al Gran Sasso-Laga, dalla Maiella ai Frentani e al Molise-Mainarde, dalla Val Comino ai Monti Carseolani). I ricercatori pretenderebbero inoltre di censire gli orsi uno a uno (magari controllandoli con radiocollari e microchip), mentre sarebbe stata assai più logica e praticabile una ragionevole stima effettuata a più largo raggio.

Si può comunque tentare di ricostruire la dinamica della situazione, che appare piuttosto sconfortante. Al principio del Terzo Millennio, i detrattori del Parco insinuavano che gli Orsi fossero ormai finiti, o ridotti a una trentina di esemplari appena. E invece, un accurato studio dello specialista svizzero Hans Roth, massimo esperto europeo, certificava nel 2002 che i plantigradi erano almeno 100-120, per di più in piena espansione. Stranamente, però, questo importante studio venne fatto scomparire dalla nuova dirigenza del Parco, e nessuno ne seppe più nulla.

2. Ma se all’epoca erano 120, come mai oggi sarebbero soltanto 50?

Domanda pertinente, che merita una chiara risposta. Dal 2002 a oggi, secondo i dati raccolti dal Gruppo Orso Italia, risultano perduti circa 60-70 individui: avvelenati, annegati, investiti o uccisi a fucilate (senza contare gli altri, morti per malattia o per vecchiaia: perdite normali, che non è possibile verificare, in quanto di solito gli animali selvatici alla fine dei loro giorni si ritirano in zone remote e luoghi inaccessibili). È evidente comunque che si è verificata una strage di enormi proporzioni. La controprova? Nella primavera 2004, nel corso delle indagini dei Carabinieri del Noe (Nucleo Operativo Ecologico), lo stesso Ente Parco dovette confessare che nel 2002 erano stati uccisi ben 14 Orsi, e nel 2003 ne erano mancati altri 13, per un totale di 27 in quel solo biennio. Come mai? Dipendeva forse dal caos in cui il Parco era precipitato a seguito dell’avvento della nuova dirigenza? Si era verificato il tracollo del presidio del territorio? Ai posteri l’ardua sentenza…

3. C’è anche qualcuno che afferma che ormai gli Orsi fuggono dal Parco…

Questa è una delle migliori “fandonie” in circolazione, nata fin da tempi lontani per screditare il Parco e la sua direzione. In realtà l’area protetta, non potendo ospitare un numero eccessivo di Orsi, andrebbe ampliata. Noi avevamo già iniziato questo faticoso processo, estendendo il Parco da 30 a 50 mila ettari, ma si sarebbe dovuto continuare ancora. Secondo lo studio di Hans Roth, la densità dell’attuale popolazione risulta persino superiore alla media, e del resto è normale che i giovani plantigradi, una volta affrancati dalle “cure parentali”, si spingano altrove, alla ricerca di nuovi territori. Per smentire certe affermazioni malevole e tendenziose, basterà una semplice osservazione. Quando, nel lontano 1964, una autorevolissima commissione dell’IUCN (Unione Mondiale per la Natura) si recò in ispezione al Parco, che era finito al centro di un gravissimo “scandalo internazionale”, tra le molte criticità denunciate ebbe a riconoscere una circostanza decisamente positiva: la presenza dell’Orso anche in zone esterne, e lontane dall’Alta Valle del Sangro. E non mancò di suggerire l’estensione del Parco, con assoluto divieto di caccia nei territori frequentati dal plantigrado. Non è quindi affatto vero che gli Orsi fuggano dal Parco: è certo invece che, per salvarli, occorrerà estendere l’area protetta, escludendo da questo territorio la caccia invadente, e ogni altro fattore di disturbo e di alterazione ecologica.

4. Che dire poi degli Orsi “confidenti” e “problematici” che si avvicinano ai villaggi?

La prima osservazione da fare è che si tratta di una definizione molto tendenziosa, impregnata di antropocentrismo, anche se ampiamente diffusa dai ricercatori, e ormai supinamente accettata nella voce corrente. In questo modo si dà per scontato che la colpa sia del plantigrado, perché ha preso troppa confidenza, e crea problemi alla gente. Ma in realtà è proprio il contrario, il vero “problematico” è proprio l’uomo. Che lo disturba, lo avvicina, cerca di attrarlo con il cibo, insomma non gli dà tregua, mentre lui chiederebbe soltanto di essere lasciato in pace. E il colmo è che i primi responsabili di questo comportamento anti-ecologico siano stati proprio alcuni cosiddetti esperti, che scopiazzando metodi stranieri avevano cosparso il territorio di esche olfattive, a base di pollo e pesce. Un errore gravissimo, che è costato la vita a parecchi orsi, finiti troppo vicini al villaggi, o addirittura penetrati nei pollai. Il vero termine da usare in casi del genere è “viziato” o “deviato”, e infatti non a caso in inglese si dice “spoiled”.

5. Come si potrà allora garantire un futuro sicuro all’Orso marsicano?

Per salvare l’Orso marsicano, sarà anzitutto essenziale ripristinare le iniziative intraprese dal Parco nel “Periodo d’Oro”, che invece sono state tutte scioccamente soppresse: a partire dalla fondamentale “Campagna Alimentare”, che aveva avuto grande successo. Occorre infatti ricordare che, fin dal 1969, la nuova direzione aveva lanciato a favore dell’Orso una grande “Campagna Alimentare”, incentivando le coltivazioni di frutta e granturco, e creando quindi attorno al Parco una fascia-tampone ricca di cibo, per evitare che i plantigradi affamati scendessero a valle, sconfinando troppo ed esponendosi ai pericoli di caccia, bracconaggio, veleni e traffico motorizzato.

Il vero motivo per cui gli Orsi erano costretti a cercare cibo sempre più a valle risiedeva, come è noto, nel progressivo abbandono delle povere coltivazioni di sussistenza di montagna. Grazie alla “Campagna Alimentare”, gli anziani montanari venivano invece incoraggiati a continuare le pratiche agrarie tradizionali, ottenendo così i contributi del Parco, che quindi funzionavano anche da “ammortizzatori sociali”, con ottimi risultati fino all’anno 2001. Non solo: per creare future risorse alimentari, si avviò anche la ricostituzione dell’originario ecosistema montano, riportando piante da frutta spontanee: meli, peri e ciliegi selvatici, prugnoli, sorbi, ramni, cornioli, fragole, lamponi e molte altre. Questo originale progetto, denominato “Mela-Orso”, era portato avanti con grande impegno grazie al volontariato giovanile, sempre pronto a correre in soccorso della Natura. Anche la pastorizia in alta montagna risultava però in continuo declino, e allora per offrire alle femmine con cuccioli cibo abbondante e accessibile con minimo dispendio energetico, il Parco aveva lanciato anche l’operazione “In bocca all’Orso”. Ogni autunno si depositavano grandi quantità di frutta nelle zone segrete frequentate dai plantigradi prossimi ad andare in letargo, o meglio a ritirarsi nella tana per il meritato “sonno invernale”.

Ma purtroppo, dalla primavera 2002 in poi, a seguito del famoso “2002 Park’s plot”, il classico “golpe” orchestrato dalla politica per cambiare la conduzione del Parco, tutte queste efficaci iniziative sono state abbandonate, con effetti quanto mai disastrosi.

Consistenza della popolazione di orso bruno nell’Appennino per Anno di stima

Anno della stima

Fonte

Dimensione

Metodo1

Superficie (Km2)

Densità (orsi/Km2)

Unità amministrative

1928

Archivio PNA

> 38

B

ca. 550

> 0,07

PNA + aree circostanti

1931

Archivio PNA

> 22

B

ca. 550

> 0,04

PNA + aree circostanti

1970

Zunino e Herrero 1972

70 – 101

C

360 – 520

0,19

PNA + aree circostanti

1970

Fabbri et al. 1983

72 – 94

D

ca. 600

0,12 – 0,16

PNA

1974

Fabbri et al. 1983

48 – 66

D

ca. 600

0,08 – 0,11

PNA

1974

Zunino 1976

66

D

ca. 500

0,13

PNA + aree circostanti

1977

Fabbri et al. 1983

44 – 58

D

ca. 600

0,07 – 0,09

PNA

1979

Fabbri et al. 1983

58 – 72

D

ca. 600

0,09 – 0,12

PNA

1981

Fabbri et al. 1983

46 – 60

D

ca. 600

0,08 – 0,10

PNA

estate 1983

Zunino 1984°

15 – 20

C

ca. 500

0,03 – 0,04

PNA + aree circostanti

estate 1983

Zunino 1984b

25 – 30

C

ca. 250

0,1 – 0,12

PNA

estate 1983

Zunino 1984°

25 – 45

C

ca. 1.000

0,02 – 0,04

PNA + aree circostanti

estate 1983

Zunino 1984°

35 – 60

C + A2

ca. 1.500

0,02 – 0,04

PNA + aree circostanti

novembre 1985

Boscagli 1990

38 – 39

B

600

0,063 – 0,065

PNA + aree circostanti

1985

Boscagli 1990

64 – 71

B + C + A

3.500

0,018 – 0,021

Intera area

novembre 1988

Boscagli ex verbis

20 – 30

B

1.150

0,018 – 0,026

PNA + Majella

1994

Sulli 1995

100

A

non determinato

Intera area

1994

Sulli 1995

45 – 80

A

ca. 1.000

ca. 0,045 – 0,080

PNA + aree circostanti

1994

Sulli 1995

80 – 100

A

3.900

0,020 – 0,025

Intera area

1991 – 1999

Corpo Forestale 1999

15

F

700

0,021

Varie

1 A: criterio non specificato; B: conta delle tracce sulla neve; C: conta dei segni durante verifiche di campo; D: verifica delle segnalazioni di servizio di sorveglianza PNA; F: tipizzazione genotipica.

2 Il criterio E (combinazione di più metodi) è stato espresso come la somma dei criteri usati.

Questa Tabella, tratta da una pubblicazione ufficiale (che non menzioneremo per carità di patria) mostra con quale incredibile “metodo scientifico” veniva “conteggiata”, nell’arrembaggio ai fondi europei, la popolazione residua di Orso marsicano: ambiti territoriali ridotti o vaghi (e comunque mai estesi all’intero areale del plantigrado), dati ridicoli se non strumentali (38? 22? 15?) commistione di fonti del tutto inattendibili con poche stime sente. Soprattutto, evitando scrupolosamente di menzionare i lavori del Responsabile del Gruppo Orso, Franco Tassi, e le stime regolarmente diffuse dalla Direzione del Parco, prudenziali ma sicuramente molto accurate (al principio del Terzo Millennio attestate su 100-120 individui, un dato assolutamente verosimile).


Storie di orsi in Trentino: tra amore e odio, tra vita e morte

La cronaca dell’Orso in Trentino abbonda di episodi ben noti e ricorrenti: incontri occasionali, comparse e fughe improvvise, paura e curiosità, presunte aggressioni agli escursionisti, scontri con i cani dei cacciatori, danni al bestiame domestico, e via dicendo. Certo, ognuno di questi episodi andrebbe meglio approfondito, non apparendo attendibili taluni resoconti giornalistici traboccanti di esagerazioni, luoghi comuni e fantasticherie. Per non dire poi delle reazioni di una malapolitica, ormai autoproclamatasi giudice supremo insindacabile, sempre sollecita a dispensare condanne a morte, sterilizzazioni o detenzioni, favorita anche dall’inerzia delle lontane autorità di controllo, tutte più propense a geremiadi e piagnistei, che a interventi correttivi. Ma la vera inesorabile “condanna sociale” sta ormai prendendo corpo non tanto contro gli Orsi innocenti, bensì nei confronti dei loro aguzzini, che non meritano esimenti, attenuanti, indulti o amnistie. E che saranno ricordati non solo per indegnità e incapacità, ma per certi loro rigurgiti primordiali da cavernicoli.

Questa assurda situazione non ci sorprende troppo. Anche perché, malgrado motivati appelli a cambiare metodo non fossero mancati, essi non avevano sortito alcun effetto. Come sempre, aveva dominato un clima di terrorismo, amplificato dall’ignoranza diffusa e dalla pronta risonanza mediatica. E la stessa Provincia Autonoma di Trento, che aveva voluto riportare nelle proprie montagne gli Orsi bruni vergognosamente sterminati in passato, alle prime difficoltà ne aveva intrapreso la sistematica eliminazione.

orso bruno dario quattrin simbiosi magazine

Adulto di orso bruno. Foto di Dario Quattrin

Cerchiamo di esaminare la situazione con obiettività. Non v’è dubbio che l’idea di riportare l’Orso bruno nelle Alpi orientali fosse interessante e condivisibile, e che l’operazione sia stata condotta in modo appropriato sul piano tecnico. Del resto, la Slovenia aveva parecchi Orsi da vendere (o da far abbattere a chi li pagasse profumatamente), l’Unione Europea dispensava tutti i fondi necessari (si parla di circa 8 milioni di euro, ma c’è chi sostiene che il danaro pubblico assorbito dall’operazione, con buona pace della Corte dei Conti, risulterà molto più consistente), e certo il ritorno dell’Orso in Trentino avrebbe offerto un ritorno d’immagine positiva, e rappresentato una grande attrazione turistica. Ma non mancavano dubbi, su cui già nello storico Convegno organizzato al Museo di Storia Naturale di Trento, il 7 e 8 aprile 1979, dal Direttore Gino Tomasi e dal Professor Franco Pedrotti, grandi paladini dell’Orso delle Alpi, avevamo tentato di mettere in guardia la provincia.

In particolare, lo scrivente aveva sottolineato che, in operazioni del genere, “l’azione di sensibilizzazione […] è certamente il passo preliminare più importante”, fornendo anche chiare indicazioni su come procedere, e mettendo a disposizione la notevole esperienza in materia del Parco Nazionale d’Abruzzo. Ma in realtà, questa preparazione è poi mancata, o non è stata abbastanza penetrante, perché il fenomeno al quale stiamo assistendo oggi in Trentino è quello della classica “crisi di rigetto”, costellata di episodi più disparati, mai affrontati dalle autorità in modo eticamente ed ecologicamente accettabile. E cioè, com’era prevedibile vi è stata una iniziale reazione sfavorevole, tanto da parte dell’uomo che dell’Orso. Si tratta di qualcosa di simile a quello che in medicina è il “rigetto di trapianto”, che può essere però superato con appropriate terapie. La reazione della gente alla novità è stata talvolta normale, talaltra eccessiva, ma comunque non sempre insormontabile. Il “rigetto sociale” poteva essere curato con efficaci programmi informativi e divulgativi, attraverso i media, le scuole, le università, i luoghi di incontro e aggregazione, i circoli e le strutture culturali, che però sono mancati. Sorprendente, a questo proposito, la totale assenza del Museo di Storia Naturale, oggi diventato il Muse: completamente rimodernato e sempre assai frequentato, avrebbe potuto diventare la prestigiosa sede ideale per ogni dibattito e approfondimento sul destino dell’Orso. E invece, purtroppo, questa apertura alla discussione e agli interventi correttivi è mancata, e la reazione della politica è stata di totale chiusura. Questo ha ovviamente aggravato la situazione, scatenando incomprensioni e conflitti. In altre parole, la malapolitica si è autonominata unica e suprema sovrana, utilizzando esperti e operatori come comodi alibi per le proprie malefatte, e non ha affatto risolto, ma piuttosto aggravato il problema: anziché seguire il moderno metodo “Cooperation, not confrontation”, ha escluso qualsiasi collaborazione con il mondo ambientalista, acuendo così il conflitto, e chiudendosi in un vicolo senza uscita. Con l’aggravante di un Ministro dell’Ambiente che, prodigo di simpatiche battute alla “Papillon”, non si è mai dimostrato capace di pronti e decisi interventi risolutivi.

Ma se abbiamo analizzato cause e caratteristiche delle reazioni umane, proviamo ora per un attimo a metterci nei panni dell’Orso, immaginando anche la sua reale situazione. Chi conosce le montagne della Slovenia sa che gli Orsi vivono lì da sempre in ambienti solitari e silenziosi: in alcuni casi, come al Gorski Kotar, vere e proprie fortezze di wilderness, dove gli incontri con gli uomini sono piuttosto rari, preceduti o seguiti dall’allontanamento spontaneo, o dalla fuga dell’Orso, Ma se un plantigrado abituato a quella pace viene di colpo intrappolato o addormentato, e comunque catturato e trasportato per ore, verso altre montagne assai più popolate e frequentate, senza dubbio si troverà stordito e spaesato. Non conoscendo quei luoghi, si sposterà a caso alla ricerca di cibo tra malghe, villaggi, itinerari escursionistici, strade asfaltate e piste ciclabili, con rumori e sorprese che lo metteranno in agitazione. Non ritroverà nulla di ciò che conosceva, ma si imbatterà di continuo in novità non sempre rassicuranti.

Normalmente, l’Orso bruno non è aggressivo, e tende sempre a evitare l’uomo, che non considera come una preda, ma come un semplice disturbatore che invade il suo territorio e il suo “spazio vitale”. Tuttavia, se si tratta di una madre con piccoli, le cose cambiano, perché i cuccioli curiosi potrebbero avvicinarsi troppo alle persone: meglio evitarlo, dato che l’Orsa li difenderebbe con forza e decisione. Un fenomeno studiato attentamente non solo negli Stati Uniti d’America e in Canada, ma anche in Russia e nell’Europa orientale, e più direttamente in Abruzzo. Questo non significa che l’Orso non possa vivere nel Trentino, ma solo che probabilmente una diversa strategia, che del resto avevamo più volte consigliato, avrebbe evitato di precipitare nella difficile crisi attuale.

Fin dal secolo scorso, l’imperativo del Trentino avrebbe dovuto essere salvare a ogni costo gli ultimi individui autoctoni di Orso alpino, che invece vennero spietatamente sterminati, uno dopo l’altro. Così come avveniva allo stesso tempo in Francia, nei Pirenei, con una analoga sequela di barbarie, cui si tentò poi di porre riparo acquistandone dal grande serbatoio della Slovenia (e poi regolarmente infastidendoli e braccandoli, talvolta fino a ucciderli!). Ma il Trentino avrebbe avuto anche una seconda opzione, che però non venne mai presa in considerazione: sporadici passaggi e sconfinamenti di Orsi dall’Austria e dalla Jugoslavia si registravano talvolta, con tipici movimenti di individui giovani sub-adulti esploratori, alla ricerca di nuove terre verso Occidente. Molti conoscono un documentario sullo Stelvio, che si conclude con la scena di un bellissimo Orso alpino, che raggiunge questo Parco Nazionale, E l’arrivo di grandi predatori da Oriente, spesso constatato con Lupo e Lince, avrebbe potuto intensificarsi anche con gli Orsi, soprattutto se favoriti con intelligenza, creando adeguati “corridoi ecologici”.

Una iniziativa senz’altro possibile, coinvolgendo i numerosi frutticoltori, e chiedendo loro di lasciare nell’arboreto un percorso libero da trattamenti e pesticidi: qualcosa come un “passaggio biologico”, dove accumulare mele e altra frutta in quantità. L’esperienza insegna che i plantigradi avrebbero scoperto e percorso la giusta via, esplorando poco a poco il territorio, trovando i siti remoti dove rifugiarsi e avere tranquillità, ed evitandone altri perché troppo frequentati, ben sapendo dove poter contare sul cibo. Un piccolo sacrificio per i produttori, ma con notevole effetto promozionale per loro e per il turismo, e grandi benefici per l’Orso, prevenendo i conflitti e mitigando ogni “crisi di rigetto”. Dimostrando oltretutto che anche il Trentino può essere capace di amare la natura, e di non temere, né odiare, né perseguitare i grandi predatori. Una convivenza possibile, purché sulla base di alcuni chiari presupposti: una crescita culturale collettiva, e una miglior conduzione del “problema Orso”: prevenzione, riduzione e immediato risarcimento dei danni al bestiame, con uso appropriato dei sistemi di dissuasione ove necessario.

All’epoca dei primi problemi, qualcuno provò a far capire ai responsabili che una competente gestione del ritorno dell’Orso in Trentino, senza efferatezze né campi di concentramento (oltretutto in recinti inaccettabili!) avrebbe fruttato all’immagine della Provincia quanto una campagna pubblicitaria da un milione di dollari, Oggi, la situazione è cambiata, e sembra in parte compromessa. Ma noi non intendiamo abdicare alla speranza di un netto cambiamento di rotta, e diciamo apertamente alla popolazione locale: dipenderà soprattutto da voi, se l’Orso che sta ritornando si rivelerà, come tutti ci auguriamo, una grande risorsa culturale, un potente richiamo eco-turistico, e il migliore “indicatore” della civiltà di un popolo.

Antonio Macioce orso simbiosi magazine

Femmina con due cuccioli di alcuni mesi di orso bruno. Foto di Antonio Macioce

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Franco Tassi

Franco Tassi

Franco Tassi nasce a Roma, dove compie gli studi e si laurea in Giurisprudenza. Lavora in seguito presso varie amministrazioni pubbliche in Italia e all’estero. Naturalista per vocazione, si specializza in Ecologia, compiendo ricerche e pubblicando numerosi lavori, libri e studi scientifici. Assunta la direzione del Parco Nazionale d’Abruzzo nel 1969, vi opera con impegno fino al 2002, sottraendo l’area protetta allo sfruttamento utilitaristico, sì da portarla ai massimi livelli internazionali per efficienza nella conservazione. Nel frattempo svolge corsi interdisciplinari di Conservazione della Natura, Ecologia Applicata ed Economia del Turismo nelle Università di Camerino, Napoli e Siena-Grosseto, insieme a una intensa attività di giornalista pubblicista su vari quotidiani e periodici. Nel 1977 istituisce il Comitato Parchi Nazionali, da cui, nel 1980, lancia la “sfida del 10%”, un progetto ambizioso che si prefigge l’obiettivo di tutelare almeno un decimo del territorio italiano entro il 2000. La sfida è vinta all’alba del terzo millennio. Ma tanti altri sono i successi che costellano la carriera di Franco Tassi: l’“Operazione Grande Albero”, l’“Operazione San Francesco”, il “Progetto Lince”, quelli sull’orso e sul camoscio d’Abruzzo, e molti altri ancora. Dopo aver concluso l’esperienza come Direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, continua a svolgere intensa e multiforme attività presso il Centro Parchi Internazionale, il Comitato Parchi Nazionali, il Centro Studi Ecologici Appenninici e i numerosi organismi satellite.

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