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(Tratto dal Volume 1 di Simbiosi. Puoi acquistarlo da qui.)

Foto di copertina di Andrea Benvenuti

È trascorso un secolo da quando nel 1921 Giuseppe Altobello, medico e zoologo (Guacci C. 1990, 2014), descrisse l’Orso bruno che abitava gli Appennini centrali come una sottospecie endemica propria di quelle montagne, dandogli il nome di Ursus arctos marsicanus. Nel 1898, due anni dopo aver conseguito la laurea in Medicina in quel di Bologna, Altobello si laurea anche in Scienze Naturali frequentando l’Istituto di Zoologia della città felsinea, diretto da Carlo Emery. Ed è stata proprio l’influenza del suo Maestro a segnare l’approccio dell’Altobello naturalista; infatti Emery era, all’epoca, uno dei più entusiasti sostenitori delle teorie darwiniste in Italia. Fu così che il discepolo, una volta rientrato nella sua terra natia – il Molise – si mise a rivisitare la fauna della regione abruzzese-molisana con occhio evoluzionista, cercando di cogliere quei caratteri morfologici che testimoniassero un’evoluzione divergente – per adattamento ambientale – rispetto alle specie animali che abitavano le terre scandinave e che erano state il modello di riferimento di Carlo Linneo per la sua sistematica illustrata nel Systema Naturæ. In questo fervore revisionista, Altobello ritenne di individuare due nuove specie: il Toporagno meridionale (Sorex samniticus Altobello, 1926) e un Gatto selvatico (Felis molisana Altobello, 1921). Inoltre identificò
anche diverse sottospecie: il Lupo appenninico
(Canis lupus italicus Altobello, 1921), il Riccio meridionale (Erinaceus europaeus meridionalis Altobello, 1920), un Ghiro (Glis glis abrutii Altobello, 1920), un Moscardino (Moscardinus avellanarius niveus Altobello, 1920) e un anfibio, il Tritone italiano (Molge italica molisana Altobello, 1926).
Anche se oggi la tassonomia ufficiale riconosce solo in parte le sue intuizioni resta a lui il merito indiscusso di aver individuato una nuova specie endemica italiana – Sorex samniticus – e aver richiamato l’attenzione su due icone carismatiche della fauna italica, il Lupo appenninico e l’Orso bruno marsicano.

«Il nostro Orso è sempre di colorito bruno-marrone, lavato di chiaro sulla testa, sul collo e sul dorso con arti decisamente bruni; le femmine hanno colorito più slavato sul corpo; i piccoli ancora più chiaro, tali da assumere una colorazione nocciola. Il pelo è ispido e ruvido negli adulti e morbido e lanoso nei giovani e nei piccoli. Trovo differenze notevoli col comune Orso bruno, specialmente nei denti e nelle ossa del cranio». Così scriveva Altobello nella sua prima, sommaria, descrizione (Altobello G. 1921) ma, essendo le sue osservazioni basate sui crani di due soli esemplari presenti nella sua collezione – una femmina e un giovane maschio – questa sua determinazione venne ben presto “rivista” da Pockok (Pocock R.I. 1932) e il marsicanus fu così relegato a sinonimo di arctos (Gippoliti S. 2020). In seguito, fatta eccezione per la “rivalutazione” proposta da Conti che, nel lavoro sugli orsi fossili della Liguria (Conti S. 1954), ne sosteneva l’attribuzione del rango di specie con la denominazione di Ursus marsicanus, bisognerà attendere gli anni Ottanta del Novecento per veder richiamare l’attenzione degli addetti ai lavori sulla unicità della sottospecie appenninica.

È infatti dell’anno accademico 1983-1984 la tesi di laurea di Maria Giuseppina Iacobone – una allieva del Prof. Augusto Vigna Taglianti – che illustrava i risultati di un’indagine biometrica effettuata comparando, questa volta, ben 28 crani di marsicano con 6 di Orso alpino (Ursus arctos alpinus Fischer, 1814) e 17 di Orso pirenaico (Ursus arctos pyrenaicus Fischer, 1829). L’elaborazione statistica dei dati biometrici così raccolti portò alla conclusione di una sostanziale identità tra l’alpino e il pirenaico mettendo, al contempo, in forte evidenza gli elementi distintivi del marsicano il cui cranio risultò più corto, più largo e più alto, con una marcata cresta sagittale (Vigna Taglianti A. et al. 1984). I progressi nelle tecniche di indagine morfometrica e gli stock di dati ancora più ampi hanno consentito, negli anni a seguire, di confermare questa peculiarità (Loy A. et al. 2008). Un recente studio del suo patrimonio genetico (Benazzo A. et al., 2017), oltre che avvalorare l’isolamento della popolazione appenninica, rileva addirittura la presenza di un gene, definito della “mansuetudine” che – questa è l’interpretazione data – rende il marsicano particolarmente pacifico e non aggressivo rispetto ai suoi conspecifici. Detto studio ha inoltre ridefinito la linea temporale di separazione tra la popolazione alpina e quella appenninica, spostando indietro la lancetta dell’orologio dai quattro/sei secoli, fino ad allora citati, a qualche migliaio di anni. Purtroppo a tutt’oggi non sono stati ancora indagati reperti fossili o subfossili di Ursus arctos marsicanus ma eventuali studi specifici potranno consentire di comprendere meglio le dinamiche che hanno portato all’odierna distribuzione, fornendo utili suggerimenti per la sua conservazione (Conti J. et al. 2020)

Questo quadro, così affascinante sotto l’aspetto tassonomico, presenta un’altra faccia della medaglia, decisamente inquietante. L’elevata mortalità, spesso di origine antropica, le aggressioni all’integrità dell’habitat e il pericolo, sempre in agguato, di patologie anche a carattere epidemico, sono minacce già di per loro sufficienti a generare preoccupazione ma se queste si palesano a carico di una popolazione ridotta ai minimi termini – stimati in una cinquantina di esemplari (Ciucci P. et al. 2015) – allora la situazione si fa realmente drammatica. Nel gennaio del 2013 un tale angosciante quadro, unito alla constatazione della scomparsa di almeno ventuno esemplari nei dieci anni precedenti – dei quali otto femmine – ci hanno spinto a lanciare un appello rivolto ai decisori delle politiche di conservazione dell’Orso bruno marsicano, con il quale sollecitavamo la loro attenzione su quella che a noi appariva come una incomprensibile lacuna: la mancanza di una banca genetica (Guacci C. et al. 2013). Non ci aspettavamo delle congratulazioni per aver segnalato quella che a noi sembrava un’ovvietà, ma non eravamo preparati nemmeno a una chiusura così netta e tempestiva, non tanto da parte del mondo della ricerca in generale – all’interno del quale abbiamo raccolto consensi in Italia e all’estero – quanto dai responsabili istituzionali. A completare il quadro dei “non si è mai fatto prima”, “costerebbe troppo”, “sottrarrebbe risorse alla conservazione in natura”, arrivò alla fine di quell’anno il parere critico1 dell’I.S.P.R.A. (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Quest’ultimo, nell’attribuire alla nostra proposta “scarse o nulle basi scientifiche”, espresse parere sfavorevole “circa l’attivazione di azioni propedeutiche ad un possibile intervento di allevamento in cattività dell’Orso bruno marsicano a fini di conservazione”. Il passaggio che ci ha lasciati perplessi, per non dire attoniti, è stato quello in cui si suggeriva di “prevedere interventi di traslocazione di esemplari selvatici provenienti da popolazioni il più vicine possibile da un punto di vista geografico”, ovvero la stessa operazione fatta in Trentino con il Progetto Life Ursus: acquistare in Slovenia una quota di caccia di orsi bruni e immetterli in un ambiente a loro favorevole, con il risultato di avere oggi, nonostante qualche problema, una popolazione vitale ed esuberante. Se in Trentino l’intervento ha avuto una sua validità, considerato che gli esemplari traslocati appartenevano alla stessa sottospecie e una progressiva colonizzazione era probabile attraverso il Friuli-Venezia Giulia (Boscagli G. 1990), sull’Appennino questa soluzione avrebbe un solo effetto: cancellare in un sol colpo un prezioso e peculiare percorso evolutivo. Quello che ci sorprende di questa vicenda è, da un lato, lo sminuire il valore di questa popolazione unica al mondo e, dall’altro, l’abdicazione di una parte influente del mondo della ricerca a quello che è il suo compito distintivo, la sua missione, ovvero andare oltre l’acquisito, osare e guardare al di là della punta del proprio naso. Altrettanto sconcerto ha destato il silenzio che ha accolto questo parere. Nessuna delle istituzioni interessate, Ministero dell’Ambiente, regioni, parchi nazionali e regionali, associazioni di protezione ambientale, etc., si è espressa al riguardo. Questo dimostra quanto pregiudizio e ignoranza ci sia in Italia nei confronti della conservazione ex situ, una metodica prevista dall’articolo 9 della Convenzione sulla Biodiversità2 quale strumento integrativo della conservazione in situ. Si accettava così, supinamente, una soluzione che avrebbe comportato la scomparsa di un patrimonio nazionale di cui oggi tutti si fregiano.

Orso marsicano Michele Fallucchi simbiosi magazine

Orso marsicano. Foto di Michele Fallucchi

Tornando alle obiezioni che sono state avanzate alla nostra proposta, dobbiamo ribadire di non aver mai sostenuto, né scritto nei tanti articoli pubblicati, che la realizzazione di una banca genetica sarebbe stata l’alternativa alla protezione dell’habitat dell’orso e alla riduzione, per quanto possibile, delle cause antropiche di morte. Fosse per noi – Società italiana per la storia della fauna – le politiche di conservazione in natura andrebbero, al contrario, implementate. La banca genetica, a prescindere da una utilizzazione futura per progetti di allevamento in cattività, è una polizza di assicurazione, il famoso “Piano B”, ma va realizzata per tempo quando ancora esiste una variabilità genetica utile allo scopo. Nel frattempo, nei sette anni trascorsi dall’appello a oggi, sono venuti meno altri ventuno orsi, di cui nove femmine. Uno stillicidio angosciante anche perché i dati potrebbero essere approssimati per difetto considerando i possibili casi di morte, per cause antropiche o naturali, ai quali non è seguito il ritrovamento dei resti. Non si può, quindi, seguire il mantra di chi è contrario e asserisce che “prima di pensare a riproduzioni in cattività è necessario eliminare gli attuali problemi dell’orso marsicano”, perché nell’attesa di raggiungere tale ambizioso obiettivo, ci si potrebbe ritrovare – per un evento tanto tragico quanto casuale – con una popolazione ridotta ai minimi termini e una variabilità genetica non più in grado di risollevarne le sorti. A quel punto non resterebbe che rassegnarsi all’estinzione o al “rinsanguamento” con orsi bruni balcanici. Tra l’altro, il traguardo della cancellazione degli ostacoli alla crescita, è veramente arduo se si considera che, da oltre novant’anni, il “numero minimo certo” resta compreso – secondo stime attendibili di vari Autori con metodi diversi – indicativamente fra quaranta e ottanta esemplari (Boscagli G. 2020). Per fortuna nell’Appennino centrale è oggi presente una rete di parchi e riserve naturali3 che copre buona parte del territorio di possibile espansione. Tuttavia pur essendo operative da almeno un quarto di secolo non si registrano, Majella a parte, nuove colonie stabili, ciò a dimostrazione del fatto che non basta aumentare le aree protette. Accade infatti che a “migrare” sono quasi esclusivamente i maschi mentre le femmine, per un fenomeno definito come “filopatria”, rimangono territorialmente legate ai luoghi di svernamento, riproduzione e alimentazione (Guacci C. et al. 2013: 58, Guacci C. & Gippoliti S. 2014: 131). I maschi si disperdono anche a distanze notevoli – centinaia di chilometri4 – ma queste “fughe in avanti” non si trasformano in nuovi nuclei riproduttivi perché, a seguito del loro peregrinare, non trovano le femmine. È proprio a causa del fenomeno della filopatria, unito alla fisiologia riproduttiva dai tempi lunghi, a rendere troppo lenta una eventuale conquista di nuovi spazi, mentre nel frattempo l’esiguo nucleo superstite è costantemente sotto minaccia.

Ribadiamo, pertanto, la necessità di una banca genetica, essenzialmente per due motivi principali.

Il primo è che ogni orso perduto è un frammento di prezioso e irriproducibile patrimonio genetico; inoltre se consideriamo quali passi da gigante hanno compiuto le tecniche di riproduzione assistita – rispetto a quando sono nate le prime esperienze di genetica applicata alla conservazione – immaginiamo cosa saranno in grado di fare tra qualche decennio. Se, però, non accantoniamo ora riserve genetiche, la Natura non ne potrà certo trarre vantaggio. Oltre alla essenziale funzione di paracadute la banca genetica potrà altresì fornire una spinta all’espansione; infatti, una volta costituito un primo nucleo riproduttivo in cattività, da questo si potranno trarre le femmine necessarie alla colonizzazione stabile di altre aree appenniniche. Una soluzione senz’altro più veloce rispetto agli attuali tempi lunghi e meno rischiosa dell’ipotesi di traslocazione di femmine selvatiche.

Marco Colombo simbiosi magazine orso marsicano

Foto di Marco Colombo

Oggi sono attive decine di banche genetiche, in tutti i continenti, dedicate alle specie animali in pericolo e parlare di costi elevati per realizzarne una per l’Orso bruno marsicano è pura disinformazione. La maggior parte delle risorse necessarie sarebbe impiegata nella formazione dei tecnici veterinari operativi nelle aree protette appenniniche, in modo da acquisire o perfezionare le metodiche relative al prelievo di materiali biologici (liquido seminale, ovociti, tessuti, etc.). La conservazione fisica di questi ultimi verrebbe effettuata gratuitamente presso gli istituti universitari che si trovano nel raggio di due ore di auto dalla zona di diffusione principale del plantigrado. Se consideriamo che ad oggi sono stati spesi in ricerche e studi sulla eco-etologia dell’Orso bruno marsicano all’incirca quindici milioni di euro, venti/trentamila euro potevano essere ben impegnati in questa direzione. La mancanza di formazione e di indirizzo ha fatto sì che, nel tempo, si siano perdute occasioni importanti. Pensiamo solo agli esemplari che sono stati ospitati, per anni, nelle strutture del Parco d’Abruzzo (almeno due maschi e due femmine)5 nonché le decine di orsi catturati, anestetizzati e manipolati per applicazione o sostituzione di radiocollari. Infine, dall’anno del nostro appello almeno sei femmine sono decedute tra le mani degli operatori del Parco, quattro nel solo 2019; se ci fosse stata la volontà di seguire questa strada si sarebbero potuti prelevare ovaie e uteri per l’opportuno recupero di preziosi ovociti. Ma nulla di questo è stato fatto, altrimenti oggi avremmo già una banca genetica suscettibile di implementazione. Proprio allo scopo di fornire un’occasione di dialogo e approfondimento abbiamo promosso una giornata di studi, tenutasi all’Università di Bologna, il 20 ottobre del 2018. Tra gli invitati a relazionare, oltre a paleontologi, tassonomi e zoologi, i ricercatori spagnoli dell’università di León, Luis Anel Rodriguez e Maria Mercedes Alvarez che da quasi venti anni sperimentano e affinano le tecniche per il prelievo, valorizzazione e crioconservazione di sperma di Orso bruno, un’esperienza di punta in Europa6. Alla giornata di studio, e relativa tavola rotonda prevista nel pomeriggio, erano stati invitati il Ministero dell’Ambiente, la dirigenza del Parco Nazionale d’Abruzzo e dei parchi appenninici interessati dalla presenza dell’orso, così come i relativi staff tecnici e le associazioni di protezione ambientale. Tutti hanno scoperto di avere degli impegni irrinunciabili, e questo la dice lunga sulla disponibilità al confronto. Subito dopo l’incontro di Bologna lanciammo un’ulteriore sollecitazione per l’istituzione di una banca del genoma7 ; questo nuovo appello venne sottoscritto da oltre quattrocento tra studiosi e Associazioni8 e inviato all’attenzione del Ministro dell’Ambiente. Ironia della sorte, a sottolineare la drammaticità della situazione, dopo appena due settimane un’orsa con due cuccioli affogano in un vascone per la raccolta dell’acqua, lo stesso vascone dove otto anni prima erano morti, con le stesse modalità, un’altra orsa con il suo piccolo: un’ulteriore testimonianza, se mai ce ne fosse bisogno, della “disattenzione” con cui veniva seguita la popolazione superstite.9 Ebbene, ad oggi, a più di un anno e mezzo di distanza, i quattrocento sottoscrittori e la Società che si è fatta interprete di questa volontà attendono ancora un cortese cenno di riscontro. Un’ultima considerazione su quella che riteniamo una palese contraddizione. Ci riferiamo a due progetti, rientranti nel Programma europeo di riproduzione in cattività delle specie minacciate di estinzioneEuropean Endangered Species Breeding Programme – che si svolgono in Italia in altrettante sedi, il Bioparco di Roma e il Giardino Zoologico di Napoli. Ambedue interessano la Tigre di Sumatra (Panthera tigris sumatrae Pocock, 1929), sottospecie presente sull’isola indonesiana con una popolazione, in natura, tra i quattrocento e i cinquecento esemplari. Ebbene mentre l’ampliamento dell’area destinata al progetto di conservazione ex situ della Tigre di Sumatra nel Bioparco di Roma, viene finanziato con un generoso contributo della Fondazione Segré che si occupa di progetti di conservazione10, un analogo intervento per l’orso marsicano, un endemismo italiano che presenta una popolazione ben più esigua, viene giudicato privo di “base scientifica”.

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1 http://www.storiadellafauna.com/wp-content/uploads/2018/08/ISPRA-parere-conservation-breeding.pdf

2 Sottoscritta nel 1992 a Rio de Janeiro da 196 Paesi.

3 Ai parchi regionali dei Monti Simbruini e del Sirente Velino che risalgono agli anni ottanta si aggiungono, dopo la legge quadro sulle aree protette la 394/91, i parchi nazionali della Majella, del Gran Sasso Monti della Laga e dei Monti Sibillini e, recentemente, il massiccio del Matese. A questi va aggiunta una serie di riserve naturali statali e regionali, di minore estensione ma non per questo meno importanti: una per tutte, quella del Monte Genzana Alto Gizio, fondamentale corridoio ecologico tra il Parco d’Abruzzo ed il Parco della Majella.

4 Un caso di studio è rappresentato dall’orso Ulisse che, partito dal Parco d’Abruzzo e superando barriere antropiche come autostrade, superstrade e ferrovie, arrivò sui Monti Sibillini dove venne ripreso, nel 2009, da una video-trappola nella Riserva di Torricchio. Per poi percorrere la strada a ritroso e venire a morire sui prati del Sirente nel gennaio del 2012.

5 Un tentativo venne posto in essere nel 1999 quando, l’allora Direttore Franco Tassi, provò a favorire la riproduzione naturale di due degli esemplari ospitati nelle strutture del Parco d’Abruzzo: Sandrino e Yoga. Purtroppo l’esperimento non ebbe, in prima battuta, un esito favorevole. In seguito, i vertici del Parco che si sono avvicendati negli anni non hanno ritenuto di riproporre un’esperienza, a nostro avviso, lungimirante per l’epoca.

6 https://scholar.google.com/citations?user=NZpa0dsAAAAJ&hl=it&oi=ao

7 http://www.storiadellafauna.com/wp-content/uploads/2018/11/Manifesto-orso-marsicano.pdf

8 Solo per citarne alcuni: ambientalisti della prima ora come Fulco Pratesi, Franco Pedrotti, Giorgio Nebbia, Grazia Francescato e Francesco Mezzatesta; tra gli zoologi Renato Massa, Sandro Lovari, Giuseppe Notarbartolo di Sciara, Franco Perco, Massimo Pandolfi e Giorgio Boscagli; dal mondo della conservazione il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Gianluigi Ceruti, Renzo Moschini ed il Gruppo di San Rossore, Giuseppe Rossi, Francesco Framarin e Mario Spagnesi; per la cultura Desideria Pasolini dall’Onda, Vittorio Emiliani e Vezio De Lucia; per l’associazionismo la Società Emiliana Pro Montibus et Sylvis, la Società dei Naturalisti e Matematici di Modena, la Società Romana di Scienze Naturali, Verdi Ambiente e Società Onlus (VAS), Wilderness Italia, la S.I.V.A.E. Società Italiana Veterinari per Animali Esotici, il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus.

9 http://www.storiadellafauna.com/wp-content/uploads/2018/11/Lettera-aperta-al-ministro-per-lAmbiente-Sergio-Costa.pdf

10 http://www.fondationsegre.org/a-new-home-for-sumatran-tigers/

 

BIBLIOGRAFIA:

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  • Guacci C., Gippoliti S. (2014) L’orso marsicano nel Molise, ieri, oggi e… domani? In “Quaderni di scienza e scienziati molisani”, anno IX, n. 17-18, ottobre 2014.
  • Guacci C., a cura di, (2020) Orso bruno marsicano: verso una strategia di conservazione integrata, Atti del Convegno di studi – Bologna 20 ottobre 2018, Palladino Editore, Campobasso.
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Corradino Guacci

Corradino Guacci

Campobasso, 1949. È stato Direttore dell’Istituto Regionale per gli Studi Storici del Molise “Vincenzo Cuoco” (IRESMO), ed è tra i soci fondatori della Società Italiana per la Storia della Fauna “Giuseppe Altobello” onlus che presiede dal 2011, anno della sua costituzione. Già consulente e consigliere di amministrazione del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, si occupa attualmente di ricerche storiche sui rapporti tra uomo e fauna (https://www.researchgate.net/profile/Corradino_Guacci2). Società Italiana per la Storia della Fauna È intitolata a Giuseppe Altobello, medico e naturalista molisano vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, il cui nome è legato alla descrizione del Lupo appenninico (Canis lupus italicus Altobello, 1921) e dell’Orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus Altobello, 1921). Fondata nel 2011, ha tra i suoi scopi quello di favorire gli studi nel campo della storia dell’ambiente – in particolare dei rapporti intercorsi tra uomo e fauna –, di indagare la distribuzione sia storica che attuale di quest’ultima attraverso la raccolta della documentazione esistente nonché mediante ricerche originali e, infine, sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni rispetto alla necessità di una più attenta gestione del patrimonio naturale, sia esso storico che contemporaneo. Ha, di fondo, l’ambizione di far dialogare due mondi che raramente interagiscono tra loro: l’umanistico e lo scientifico.

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