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(Tratto dal Volume 2 di Simbiosi. Puoi acquistarlo da qui.)

Salix alba, ovvero sua maestà il ‘salice bianco’ (Fig. 1 – in copertina. Salice bianco. Nomenclatura scientifica: Salix alba. Foto di Daniele Zavalloni).

Protagonista indiscusso della vegetazione ripariale, il salice bianco cela sorprendenti proprietà nascoste. Egizi, Sumeri, e Assiri menzionavano foglie e corteccia dell’albero come fonte di notevoli effetti benefici sulla salute. La tradizione del salice bianco come rimedio lenitivo continua nella Grecia antica con i testi di colui che è considerato il padre della medicina: Ippocrate aveva infatti notato che la corteccia della pianta possedeva importanti proprietà antipiretiche e analgesiche. Bisogna però aspettare vari secoli perché la felice intuizione sugli effetti benefici della corteccia si traduca in conoscenza sistematicamente strutturata. Fu infatti nel 1828 che tre diversi ricercatori, tra cui il chimico italiano Raffaele Piria, riuscirono a isolare la salicina, la sostanza attiva dell’estratto di corteccia di salice bianco. Data la sua natura acida, il composto venne ribattezzato ‘acido salicilico’. A partire da questo risultato, il chimico francese Charles Frédéric Gerhardt scoprì e sintetizzò qualche lustro dopo un composto scarsamente presente in natura: l’acido acetilsalicilico. Con ulteriori ricerche – nonché svariate controversie, tuttora irrisolte, sulla paternità della sintesi industriale della molecola – l’acido acetilsalicilico divenne in breve tempo il principio attivo alla base dell’analgesico, antipiretico, e antinfiammatorio per eccellenza: l’aspirina.

Ben più numerose sono le specie di salice e decisamente più ampi fin dall’antichità gli usi della pianta. A mostrare un’altra tipologia di salice e un altro uso dell’albero sono le tavolette micenee. Venute alla luce insieme ai resti della civiltà che abitò la Grecia durante l’Età del Bronzo (II millennio a.C.), i primi reperti dei Micenei e le prime tavolette furono rinvenuti nel palazzo di Cnosso durante una campagna di scavo condotta a inizio ’900 nell’isola di Creta dall’archeologo inglese Arthur Evans, poi insignito del titolo di Sir dalla monarchia britannica per il suo lavoro. Queste tavolette mostravano segni di un sistema di scrittura fino ad allora ignoto: la lineare B, che venne poi decifrata nel 1952 dall’architetto inglese Michael Ventris. Compreso che nelle tavolette micenee si celava una forma arcaica di greco, nacque una nuova branca negli studi di greco antico: la micenologia. Le tavolette in lineare B sono per lo più documenti amministrativi che registrano rendiconti palaziali. Tra essi, numerosi sono gli inventari delle ruote. Ed è proprio in questo contesto che compare il salice: come materiale di costruzione per le ruote. La specie in questione è quella del Salix fragilis (Fig. 2), attestato in greco alfabetico dal termine helike, che nel sillabario miceneo ha la grafia e-ri-ka (Fig. 3). Tra le varie proposte che sono state avanzate per spiegare la dibattuta etimologia di questa parola greca per ‘salice’, una di quelle che cattura maggiormente l’attenzione è il collegamento di helike e e-ri-ka con helix ‘spirale, curvatura’: è attraente pensare che il nome del salice potrebbe essere relazionato al concetto del curvarsi, dato che la caratteristica più nota dell’albero sono i rami ‘ricurvi’ verso il basso.

Fig. 2 Salice fragile. Nomenclatura scientifica: Salix fragilis.

Fig. 3 Disegno di tavoletta micenea realizzato da Marco Gelmuzzi su immagine di CoMIK. Nel riquadro, i caratteri del sillabario miceneo relativi al termine e-ri-ka ‘salice’.

E sono proprio i rami piegati del Salix babylonica ad aver ispirato la denominazione popolare che si è poi estesa ad indicare tutte le specie della pianta fino a diventare sinonimo dell’albero stesso: salice piangente (Fig. 4). Contrariamente alle apparenze però, babylonica non indica un’origine mesopotamica di questa varietà di salice: piuttosto, fu un versetto biblico a guidare Linneo nella scelta dell’aggettivo. Noto come Super flumina Babylonis (Lungo i fiumi di Babilonia), il salmo 137 è il grido di dolore degli Ebrei deportati che anelano l’amata patria e, oppressi e costretti a subire umiliazioni e violenze in terra straniera, rinunciano a quell’espressione di musica e gioia che sono gli inni al loro dio. Celebre è l’incipit del salmo:

Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre, perché là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, allegre canzoni, i nostri oppressori: “Cantateci canti di Sion!”. Come cantare i canti del Signore in terra straniera?

Fig. 4 Salice piangente. Nomenclatura scientifica: Salix babylonica.

Se queste parole suonano familiari, un motivo c’è. Oltre ad aver dato il la per la nomenclatura scientifica del salice piangente, il salmo ha ispirato sommi poeti e compositori. Su tutti: Quasimodo e Verdi.

Alle fronde dei salici è appesa, inerme, la cetra del poeta. Inerme e in balia del vento, la cetra, simbolo del dio greco della poesia Apollo e metonimia della poesia lirica, è muta, per la drammaticità dell’oppressione, per l’orrore della seconda guerra mondiale:

E come potevano noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

Dal salice pende, muta, l’arpa d’oro dell’aria corale più famosa della storia del melodramma: il coro del Nabucco. Assediato dal re di Babilonia Nabucodonosor, il popolo ebraico viene fatto prigioniero all’inizio dell’opera. In un susseguirsi di colpi di scena e lotte di potere, Nabucodonosor subirà una forte trasformazione personale e, in un finale dolceamaro, dove alcuni protagonisti moriranno, al popolo ebraico verrà concessa la libertà. Va’, pensiero chiude il terzo e penultimo atto dell’opera. Estremamente difficile (azzarderei un ‘impossibile’) riuscire a non partecipare empaticamente al coro degli Ebrei deportati e prigionieri in Babilonia che anelano la patria lontana, ricordando le rive del Giordano e le torri distrutte di Sion. La musica di Verdi accarezza il libretto del poeta Temistocle Solera e, prima che sia il testo ad esplicitare il ricordo, sono le note iniziali in pianissimo ad evocare quei luoghi amati e lontani. Poi arrivano le parole. Sommesse, sussurrate. Un ricordo che vola leggero sulle ali dorate del pensiero e si posa sui luoghi cari, della memoria e del suolo natio. Ed è lì che il pensiero acquista spessore, metaforicamente e vocalmente parlando. E allora all’arpa, che giace muta e inerte tra le fronde del salice, si chiede, con forza, di riaccendere i ricordi del cuore o, in alternativa, ispirare una reazione alla sofferenza.

Va’, pensiero, sull’ali dorate

Va’, ti posa sui clivi sui colli

Ove olezzano tepide e molli

L’aure dolci del suolo natal

Del Giordano le rive saluta

Di Sionne le torri atterrate…

Oh, mia patria sì bella e perduta!

Oh, membranza sì cara e fatal!

Arpa d’or dei fatidici vati,

Perché muta dal salice pendi?

Le memorie nel petto raccendi,

Ci favella del tempo che fu!

O simile di Solima ai fati

Traggi un suono di crudo lamento,

O t’ispiri il Signore un concento

Che ne infonda al patire virtù.


Dolore e lacerazione, il salice. Potente metafora della condizione umana, il salice. Le radici ancorano al suolo. Le radici – ancorché invisibili – nutrono l’intero albero. Un albero nutrito può ergere il proprio tronco. Con dignità. Può resistere. Ma è il futuro a mancare. Le aspirazioni non cercano il sole librandosi in aria. Ricadono a terra. A cercare il passato. A cercare ciò che è familiare. Poi, su cuori oppressi, su spalle ricurve, su teste piegate, sul dolore, sulla lacerazione, su uno scenario di morte e distruzione, si librano arpe e cetre: l’anima di ciascuno di noi, divina e – come l’oro – imperitura. Ed è lì che avviene il miracolo e il dolore diventa forza. Prima di disperazione, poi solo quello che è: forza. La guerra termina. Il popolo è libero. Però. Però, sopraffatta dal dolore, sopraffatta dalle circostanze, l’anima divina può non emergere. È quello che accade nell’Otello, la tragedia shakespeariana che ispirerà gli omonimi capolavori melodrammatici di Rossini e Verdi. L’epilogo rimane invariato: Otello uccide Desdemona. Ma prima che ciò avvenga, la tragedia si è già consumata. Perché la tragedia è già avvenuta nel cuore del protagonista eponimo. E Desdemona lo sa. Forse non ancora razionalmente, ma il suo cuore conosce la verità: è presagio di morte La canzone del salice che Desdemona intona prima di cadere per mano dell’uomo che amava. Nell’ultimo atto dell’Otello di Rossini e di Verdi, La canzone del salice è l’apice di entrambe le opere. La Desdemona di Rossini cerca di far rinsavire Otello, ma la gelosia lo ha già accecato e il suo cuore rimane sordo alla preghiera. La Desdemona di Verdi è innamorata di Otello, ma l’incomunicabilità, che Verdi lascia magistralmente trapelare dall’inizio dell’opera, ha già chiuso ogni porta e non c’è mai stato uno spazio per l’anima. Desdemona muore. Otello muore.

Prima che la tragedia si consumi, abbiamo – pur nel buio dell’oppressione, pur nei limiti della condizione umana – un momento in cui possiamo scegliere. Scegliere su cosa posare il nostro pensiero. Scegliere cosa fare. Fosse anche avere come unica possibilità per non soccombere di guardare comunque al futuro, benché inermi e appesi alle fronde del salice. 

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Rachele Pierini

Rachele Pierini

Rachele Pierini ha una Laurea in Lettere Classiche e un Dottorato di Ricerca in Filologia Classica e Linguistica Comparativa. È ricercatrice presso l’Università di Copenaghen (Marie Skłodowska-Curie Research Fellow) e in precedenza ha lavorato presso le Università di Harvard, Bologna, Cambridge e Madrid. Le sue ricerche riguardano le scritture egee dell’età del bronzo, lo sviluppo diacronico della lingua greca e le tecnologie antiche applicate alle piante. È autrice di numerosi articoli scientifici, saggi, monografie e volumi collettivi. Per il suo impegno di divulgazione è stata insignita del titolo di Ambasciatrice Culturale.

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