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(Tratto dal Volume 2 di Simbiosi. Puoi acquistarlo da qui)

In questi anni si parla molto di bosco. Tanti cittadini, spesso in forme organizzate di cittadinanza attiva, rivendicano il diritto a goderne della bellezza, per ricreare lo spirito dai ritmi della vita urbana. Il bosco fa parte del nostro orizzonte culturale e psicologico. Quindi la nostra personalità e, soprattutto, la percezione di noi stessi, con tutti gli stati emotivi che ne conseguono, è intimamente collegata al bosco. Ma il bosco fa parte anche del nostro orizzonte visivo, e lo percepiamo come bello quando esso è funzionalmente in equilibrio con la presenza umana e i fattori dell’ambiente. Proprio questa interazione tra uomo e ambiente è, secondo le varie definizioni giuridiche, paesaggio. Non sempre tuttavia il rapporto tra uomo e territorio crea paesaggio, spesso anzi lo distrugge. Impariamo quindi a riconoscere la qualità delle azioni umane, partendo dal significato di alcune parole importanti.

Il termine paesaggio forestale sembra quasi un ossimoro: la parola “paesaggio” deriva infatti dal latino pàngere, che significa “piantare”, ed è originariamente riferita all’ambiente agrario. Piantare un albero è un gesto dal profondo significato umano, perché è sempre avvenuto in occasione di un accordo, di una divisione equa, di una giusta spartizione. Vi è infatti una profonda differenza civile tra dividersi un terreno, tra confinanti, con una rete o con muro, piuttosto che con un filare di alberi, e non servirebbe nemmeno spiegarne i motivi: un filare di alberi è un confine perfettamente valicabile, ma crea lo spazio di rispetto tra attività umane, a patto che si rispetti, appunto, lo spazio occupato dai fusti e dalle chiome. La fascia alberata di confine era, in passato, luogo di incontro tra i viciniori, che si fermavano all’ombra delle piante. Riflettiamo su tutte queste parole: rispettarsi vuol dire, letteralmente, guardarsi reciprocamente, riconoscersi”, e confine significa “limite comune”. Dalla parola pàngere, oltre che pianta deriva anche il participio passato pactum. Anche la parola pax discende da questo importante e antico verbo italico. L’atavica pratica di piantare alberi al confine delle colture ha creato una rete alberata, che materializza i patti, mantenendo la pace familiare e quella sociale.

Questo ambiente di villaggi, campi, pascoli e confini alberati fu chiamato pangese, cioè il luogo del pangere, da cui il nostro paese, che è il termine italico per indicare il riconoscimento identitario tra un uomo e il suo paesaggio, il suo villaggio e l’intera Nazione. Il termine paesaggio è solo un francesismo rientrato nella nostra lingua a seguito della tendenza artistica, tra XVII e XIX Secolo, di dipingere, appunto, paesaggi. Su legga e si analizzi, a tal proposito, la poesia del Carducci Traversando la Maremma Toscana e vi troveranno, del dolce paese che dà inizio ai versi, tutte le suggestioni intellettuali e letterarie della paesaggistica del tempo.

Sebbene il concetto italico di paesaggio sia nato in un contesto culturale e storico eminentemente agrario, il significato che ne è stato elaborato da quasi due secoli è ben più ampio. Benedetto Croce disse che “il paesaggio è il volto amato della patria”. Oggi possiamo dire che il paesaggio è la rappresentazione della simbiosi tra l’uomo e il suo territorio.

Da tutto quanto detto finora, è chiaro che non tutto il rapporto tra uomo e territorio è paesaggio, ma soltanto quel rapporto che, creando bellezza nel territorio, sottende un equilibrato prelievo di risorse, una equa e giusta distribuzione della ricchezza, una spiccata giustizia sociale, un senso di fiducia e di amicizia tra gli abitanti, un rispetto delle regole e una convivenza pacifica.

Ma vediamo adesso perché anche il bosco è paesaggio. Dal punto di vista ecologico, esso è la matrice nella quale sono immerse le altre tessere del mosaico, come i coltivi, i pascoli, le colture specializzate, i centri abitati, le grandi rovine archeologiche. Oppure, nel caso di matrici agrarie, i piccoli boschetti rappresentano tessere funzionali che ospitano habitat in grado di interagire positivamente con le superfici agricole. Questa osmosi tra bosco e attività umane, e la sua grande utilità ai fini del benessere dell’insediamento umano, è avvertita da ognuno come bellezza e desiderio di appartenenza: un “vorrei vivere qui” che è la sintesi di un processo di valutazione inconscio e attivo in ogni essere umano, uno uno stato d’animo che James Hillman chiamava bellezza, anche se spesso è sopito o degradato da non-luoghi, non-paesaggi erroneamente creduti come tali solo perché esistono, e sono una mera oggettivazione, senza qualità, del rapporto tra uomo e territorio.

Il bosco è paesaggio anche perché è metabolizzato nella nostra cultura e nella nostra psiche. È un luogo fisico e ideale nel quale noi immaginiamo e proiettiamo desideri e paure, ombre e luci, e che è in grado , quando lo attraversiamo, di cambiare il nostro stato percettivo, rendendo i nostri sensi estremamente aperti alla realtà che ci circonda e acuendo profondamente la nostra capacità di pensiero e di conoscenza.

Attraversare un bosco è, appunto, metafora di conoscenza, e questo, nel nostro Paese, è scolpito a chiare ed indelebili lettere nei primi versi del più grande poema della nostra letteratura.

Monte Bove Nord – Parco Nazionale dei Monti Sibillini – Quando il sole disegna contorni infuocati. Foto di Alessandro Picchio

Oggi si ritorna, dopo molto silenzio, a parlare di paesaggio forestale, ed in particolar modo della sua tutela. Quel bisogno di contatto che l’uomo ha con esso, quella necessità di bellezza e di intima compartecipazione ha una definizione tecnica: servizio ecosistemico culturale. Purtroppo solo qualcuno ha capito cosa sia, specialmente nel settore degli esperti, ove regna una sempre più vasta freddezza tecnica. Proprio questa povertà esperienziale ed emotiva tende a veder paesaggio un po’ ovunque, anche in quelle forme di “gestione” meno in equilibrio con l’ambiente, con l’uomo e con la sua cultura. In questo caso mi riferisco al ceduo, un bosco che molti conoscono, a cui sono ridotti quasi tutti i querceti, i castagneti e parte delle faggete, e che consiste in polloni che si sviluppano dal taglio di una ceppaia ogni due o tre decine di anni: il bosco viene sottoposto al taglio raso con rilascio di alcuni alberi detti matricine, che dovrebbero produrre seme, ma che spesso non arrivano nemmeno all’età della fruttificazione. Un “bosco” per modo di dire, dove gli alberi hanno la fisionomia di cespugli, e sono lontani dalla percezione che il senso comune ha di “pianta”, fatta di un fusto eretto o segnato da branche che si diramano oltre una certa altezza.

Le superfici delle tagliate del ceduo hanno un forte impatto visivo e creano forti disturbi percettivi che, sebbene possano riassorbirsi in una ventina di anni (che, sebbene ad alcuni sembrino pochi, tuttavia nell’orizzonte psicologico della durata della vita umana sono tanti) si ripropongono in luoghi sempre nuovi dello scenario montano e collinare, rappresentando un disturbo percettivo pressoché permanente. E come per quelli che, cresciuti nelle periferie degradate delle città, si sentono a casa in quegli ambienti, anche molti superstiti dello spopolamento delle zone rurali e montane si sono assuefatti a questa forma degradata del territorio, tanto da considerarlo bello.

Per capire tuttavia se il ceduo sia paesaggio o meno, se esprima cioè una virtuosa interazione tra uomo e territorio, è necessario conoscerne un po’ la storia, specialmente per replicare a coloro che lo considerano paesaggio per il semplice fatto che “esiste da secoli” o forse da millenni. Ma le cose non stanno esattamente così: vediamo perché.

La Rivoluzione Industriale, come si evince dal suo stesso nome, ha “rivoluzionato” i rapporti di produzione tra le classi sociali. Prima di quel periodo, che in Italia ha cominciato ad affermarsi dopo la prima metà del XIX Secolo, gli scambi commerciali erano scarsi, poiché le città erano poco popolate ed avevano un contado prossimale in grado di soddisfarne le esigenze energetiche e alimentari. Le comunità di montagna vivevano in piccoli villaggi autosufficienti, per i quali il bosco doveva assolvere ad una numerosa lista di funzioni: legname da opera edile, per capanne e stalle, per attrezzi agricoli, per recinzioni e anche per riscaldarsi. Generalmente quest’ultima incombenza era assolta con la raccolta della legna secca. La funzione principale del bosco era la produzione di foraggio per il bestiame, e la raccolta di lettiera, per reintegrare la fertilità agricola, in un periodo storico dove non esistevano ancora i fertilizzanti.

Il bosco forniva inoltre alimentazione diretta alle comunità locali, non solo con le castagne, ove presenti, ma anche con le ghiande e con la raccolta di manna dai Frassini minori e dagli Ornielli. La foresta era poi un luogo di caccia, che doveva ospitare l’animale venatorio più gradito, il Cervo, le cui corna ramificate ben descrivono il suo habitat legato a foreste alte.

Appare subito chiaro come il ceduo, che fornisce quasi solo legna da ardere (ad eccezione del ceduo di castagno, che fornisce paleria e travi), non fosse proprio la forma di governo più adatta alle esigenze delle comunità montane. Il ceduo come lo conosciamo oggi aveva allora altri nomi, come ronco e cetina e non era una pratica forestale, bensì una pratica di agricoltura itinerante, che consisteva nel taglio raso del bosco senza dissodamento, nella combustione delle frasche, nella semina di cereali rustici per pochi anni, nell’abbandono dell’area al pascolo e nella successiva ricrescita del bosco. Queste pratiche non venivano effettuate ovunque, ma solo in zone adatte alle lavorazioni del terreno, ed avevano natura ciclica. Ogni 20, 30 anni o più, cioè, si tornava ad accetinare lo stesso appezzamento di terreno.

Il resto delle foreste aveva la struttura di fustaie più o meno irregolari segnate dalla presenza di grandi alberi, e questo è testimoniato in due secoli di pittura paesaggistica, dove i boschi sono sempre caratterizzati da questa fisionomia di alto fusto.

A partire dalla seconda metà del XIX secolo e, più intensamente, dopo l’Unità d’Italia e nei periodi bellici, fino agli Anni ’50, oltre la metà dei boschi del nostro paese subì una drastica trasformazione. La nobiltà che li deteneva in virtù di concessioni regie o di enfiteusi delle comunità locali (che prevedeva un complesso sistema di usi civici e servitù varie, iniziò a rivendicarli in piena proprietà grazie alla trasformazione del regime giuridico operata dall’annessione al Regno Sabaudo, ispirato alla tutela assoluta della proprietà privata. Queste rivendicazioni suscitarono accesi conflitti sociali con le popolazioni montane e rurali che vivevano essenzialmente esercitando tali usi civici, tra i quali il pascolo degli animali, la raccolta di legno per attrezzi agricoli, il diritto di pietrame per fare calcina, di attingimento di acqua dalle sorgenti e dai ruscelli, di legna per riscaldarsi e cucinare. L’ordine costituito si schierò piuttosto a favore dei possidenti che delle popolazioni locali che, continuando ad esercitare le medesime pratiche che un tempo erano un diritto, si trovarono a commettere ingresso abusivo nel fondo privato e furto. Una gran parte del fenomeno del brigantaggio di quei tempi fu proprio figlio di queste usurpazioni.

Ma l’evento più traumatico non fu l’interdizione degli usi, bensì la radicale trasformazione della struttura dei boschi, che rese impossibile ogni altro uso da parte della popolazione. La nobiltà, infatti, al fine di reperire fondi e liquidità da investire nella nascente industria, preferì vendere i possedimenti a imprenditori e commercianti del carbone, che in quel tempo divenne, come per noi oggi il petrolio, il principale combustibile, con cui si riscaldavano le case della città, si muovevano le fabbriche, le navi ed i treni a vapore.

Nel giro di pochissimi anni oltre la metà dei boschi fu trasformata nella monocoltura ottimale per dare solo quel tipo di assortimento: il ceduo, appunto. I primi tagli furono delle vere e proprie liquidazioni boschive, definibili tecnicamente come tagli di rapina, in quanto non si curavano affatto della rinnovazione del bosco -che avveniva comunque ed in maniera spontanea, grazie alla facoltà pollonifera delle latifoglie. Le grandi piante furono sistematicamente eliminate perché non funzionali al ricaccio dei polloni, e non adatte a ricavarne carbone. Le così dette matricine che ancor oggi si rilasciano al taglio del ceduo sono effettivamente un “inutile orpello”, criticato da buona parte del mondo forestale, ma furono un tempo un compromesso per non privare del tutto le popolazioni locali della possibilità di immettere nel bosco il pascolo di suini mentre la capra, uno degli animali domestici più importanti dell’economia contadina (che fino ad allora aveva pascolato senza arrecare danno alcuno nelle antiche fustaie irregolari) fu totalmente bandita dal bosco, per il danneggiamento dei ricacci del ceduo che opera con il suo pascolamento.

Ceduazione, provincia di Macerata. Foto: Archivio K. Cianfaglione

È facile immaginare quali nefaste conseguenze determinarono questi cambiamenti sociali, economici ed ecologici nel tessuto sociale antico, che si era bene o male conservato fino alle soglie del XX Secolo: se da un lato una parte della popolazione fu costretta ad attraversare l’amara esperienza del banditismo di necessità, un’altra parte divenne affittuaria dei nuovi proprietari, pagando in natura quello che un tempo raccoglievano di diritto, ed un’altra parte ancora divenne bracciante agricola e forestale, completando nelle nuove azienda agrarie lo stesso processo di proletarizzazione che caratterizzò le imprese capitalistiche nelle città.

Ma poiché i lavori in campagna ed in bosco sono per forza stagionali, e alla grande azienda capitalistica rurale non conveniva mantenere per tutto l’anno braccianti agricoli, gli ingaggi erano temporanei e precari, in modo da tenere sempre basso il costo della manodopera. Questi residui di diritto del lavoro agricolo si conservano ancora oggi in leggi, consuetudini e rapporti di produzione. Ad esempio, il contratto di avventizio agricolo non prevede il pagamento delle giornate piovose e di maltempo, quando in campagna non si può lavorare. Ancor più eclatante è il periodo in cui le leggi consentono il ceduo, generalmente da settembre ad aprile, che non ha nulla a che vedere con esigenze fisiologiche delle piante, bensì con la necessità di non intrattenere nel bosco, in primavera, il bracciantato necessario per le pratiche agricole nei campi. Anche per questo motivo non sempre le grandi aziende provvedevano in economia, con le proprie maestranze, ad eseguire, dopo il taglio degli alberi, la successiva carbonificazione, ma preferivano affidarla a piccole compagnie che si assumevano gli scarsi redditi e gli alti rischi di impresa che questa pratica implicava. Chi fosse andato per boschi in quei tempi avrebbe visto qualcosa di ben diverso da quello che, seppur ancora in parte degradato, vediamo oggi: boschi tanto radi da essere trasparenti, polloni esili e stenti, suolo fortemente eroso, carbonaie fumanti un po’ ovunque, rumori di voci e lavori boschivi, asini e muli recanti pesanti basti di legna o balle di carbone. Negli Anni ’50, l’Italia ha sfiorato una vera e propria catastrofe ecologica ed economica, per aver ridotto i boschi, in soli cento anni, a sterili lande. La stessa fauna selvatica era quasi scomparsa ovunque: caprioli, cinghiali, cervi e grandi predatori erano rarissimi. I loro ripopolamenti sono seguiti a partire dagli Anni ’60 e ’70 del secolo scorso -ad eccezione del Lupo, che si è espanso naturalmente a partire dagli anni ’90, grazie all’aumento della popolazione degli ungulati, che non sta affatto esplodendo, come sostengono alcuni, ma si sta semplicemente riadeguando alla lenta ripresa dei boschi.

Con l’avvento dei combustibili fossili l’economia nazionale non ha più avuto bisogno di carbone. I mestieri che aveva creato, per fortuna sono scomparsi, perché incompatibili, per la loro durezza, con le conquiste sindacali e le esigenze di benessere e sicurezza. Il ceduo, in ogni caso, è supportato da un’economia talmente povera e miserabile, che è sopravvissuto fino ad oggi solo grazie alla manodopera straniera, allo sfruttamento del lavoro, all’abbattimento dei costi sociali e della sicurezza, oltre che alla esternalizzazione dei danni ambientali verso la collettività, che nei casi peggiori abbiamo pagato con frane e alluvioni.

Se ci aggiriamo per lo squallore del ceduo, incontriamo ancora un’umanità marginalizzata, straniera, non formata, costretta a lavorare a prezzi bassi che sono tuttavia buoni guadagni per le povere economie dei paesi di origine, prevalentemente balcanici, dove si riversano i salari dopo che le rendite e le provvigioni sono andate in tasche non certo così bisognose e spesso malavitose. Il mondo del lavoro del bosco ceduo è stato per anni ed è ancora invisibile a molti occhi, poco conosciuto, poco accessibile, poco appetibile. E a questo mondo, a questa economia povera che impoverisce il bosco e, in definitiva, noi tutti, ancora si guarda come prospettiva di guadagno.

“Se non ci si vuole nascondere dietro un velo di ipocrisia, bisogna dire che la gestione finora applicata ha favorito un modello di sviluppo del settore forestale che ha ignorato e continua a ignorare gli effetti, e talvolta gli abusi e i reati, che continuamente si effettuano in nome e per conto di uno sviluppo dell’azienda forestale che non solo appare inadeguato dal punto di vista bioecologico e selvicolturale, ma rappresenta anche una forma di sfruttamento del lavoro inammissibile in un paese civile”.

È dunque il ceduo espressione di quei rapporti virtuosi tra uomo e ambiente descritti dal verbo pàngere? La sua storia è la storia di giustizia sociale del pactum? È equilibrato uso delle risorse naturali, giustizia nella distribuzione della ricchezza tra gli appartenenti alla comunità? È un’esperienza di pax? È dunque paese, paesaggio?

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Autolico d'Acarnania

Autolico d'Acarnania

Si è laureato in Scienze forestali a Firenze, e ha conseguito il dottorato di ricerca in Agraria a Sassari. Ha insegnato biologia nella scuola pubblica; successivamente è entrato nel Corpo forestale dello Stato. Si occupa a vario titolo di tutela ambientale, della gestione di boschi e foreste, di educazione ambientale e di paesaggio. È appassionato di cultura forestale, di beni comuni e di viabilità tematica minore. È membro del comitato scientifico di Simbiosi Magazine.

2 Comments

  • Ferruccio Cucchiarini ha detto:

    È probabilmente il testo più esaustivo che io abbia letto sul ceduo. I collegamenti storici e socioeconomici svelano una realtà purtroppo sconosciuta alla maggior parte della popolazione. Da leggere assolutamente.

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