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(Tratto dal Volume 0 di Simbiosi. Puoi acquistarlo da qui.)

Gli umani e la Vita sulla Terra in epoca di Covid-19

Stiamo vivendo un momento drammatico, nel quale l’umanità si scopre minacciata e fragile, di fronte a un invisibile ma pericolosissimo virus che può avere conseguenze nefaste su una porzione limitata ma significativa di coloro che vi entrano in contatto. Un agente patogeno che mette a dura prova i nostri sistemi sanitari: lo sforzo collettivo messo in atto per arginare la pandemia è enorme, il che dimostra quanto siano capaci gli esseri umani quando vogliono vincere una sfida. Questo virus ha verosimilmente compiuto il cosiddetto “salto di specie”, passando da animali come pipistrelli o pangolini agli esseri umani, grazie a una qualche mutazione adattativa.

La mia prima riflessione da scienziato che si occupa di biodiversità e conservazione biologica, ovviamente successiva a quelle che ciascuno di noi sta facendo in questa fase, è stata quella di pensare che in qualche misura questo virus ha contribuito a riportare l’uomo nella Natura, anche se – ahimè – in modo doloroso. Cosa voglio dire con questa riflessione, apparentemente rude e poco sensibile rispetto alla gravità del problema? Voglio dire che le società moderne, quella occidentale ma non solo, hanno costruito un mondo totalmente artificiale, un mondo fatto di infrastrutture, relazioni sociali, finanza e quant’altro serve a far funzionare il sistema, ma hanno dimenticato il senso di appartenenza a un Pianeta nel quale esiste altra Vita, a cui hanno fatto pagare un prezzo altissimo. Ci tengo a sottolineare che ho messo volutamente Uomo, Pianeta e Vita con le iniziali maiuscole, per riferirmi a questi tre concetti non in modo astratto ma come entità di valore assoluto.

La Vita sul Pianeta sta pagando un costo altissimo, e di questo dirò più avanti. Ma ora torniamo al virus. Ebbene, è bastato un piccolissimo virus, qualcosa che sta circa a metà strada tra le molecole inanimate e gli esseri viventi veri e propri, per dare un colpo pesantissimo alla folle corsa per il “progresso” misurato a suon di PIL e di indici finanziari. In breve, esso è riuscito a mostrare che non siamo separati dal mondo che c’è fuori, dacché un problema del pipistrello o del pangolino si rivela un nostro problema, con la conseguenza di una doverosa pausa di riflessione sul nostro modello di sviluppo. La crisi ci insegna che la Scienza ha un valore fondamentale e che essa serve quando i problemi sono seri, facendo come d’incanto scomparire antivaccinisti, maghi e altri venditori di fumo. L’Uomo è tornato drammaticamente nella Natura e si è altresì riconosciuto come la Scienza sia l’unico modo valido di affrontare i problemi.

Biodiversità ed ecosistemi, i beni più minacciati del Pianeta

La Biodiversità è la caratteristica saliente del nostro Pianeta, ma questo non è chiaro a tutti. Cosa differenzia il Pianeta Terra dalla moltitudine di pianeti identificati dagli astronomi nell’Universo? La Terrà è diversa dagli altri pianeti perché ospita una vita complessa, che tipicamente associamo a quella umana ma che in realtà è molto di più. La vita ha iniziato a comparire sul Pianeta Terra circa 4 Miliardi (che vuol dire mille volte per mille volte quattromila anni, tanto per dare un’idea). La vita eucariotica (quella di cui anche noi facciamo parte), compare probabilmente circa due miliardi di anni fa e ha portato all’evoluzione di una enorme quantità di forme di vita, la maggior parte delle quali sono andate incontro a estinzione naturale nel corso delle ere. L’uomo ha una storia recente, con i primi esseri del genere Homo comparsi un paio di milioni di anni fa; la civilizzazione moderna risale invece a pochissime migliaia di anni fa. In questa evoluzione del Pianeta la Vita ha seguito un percorso di estinzioni e di evoluzioni che ha portato alla situazione attuale, caratterizzata da ricca biodiversità. Non esistono dati certi sul numero di specie che abitano il Pianeta, ma stime condivise ipotizzano che la Terra sia abitata da circa 9 milioni di specie diverse, e l’uomo è una di queste.

Durante la civilizzazione l’uomo ha imparato a fare uso delle risorse naturali, valendosi di ciò che la biodiversità e gli ecosistemi mettevano a disposizione, prima come cacciatore-raccoglitore e poi come agricoltore. L’utilizzo di queste risorse è sempre stato misurato alle nostre esigenze e non a quante il Pianeta e la sua Biodiversità potevano offrirne. Questo sovrasfruttamento ha portato all’estinzione di numerose specie e tra queste il prezzo più alto è stato pagato dalle grandi specie animali cacciate fino all’estinzione. Questo fenomeno è stato particolarmente evidente con molte specie di uccelli, ma anche mammiferi, in ambienti insulari. Tra questi, sono famosi i casi dei Moa della Nuova Zelanda portati all’estinzione dai Maori, del Dodo di Mauritius estinto in seguito all’arrivo sull’isola dei portoghesi prima e degli olandesi poi, ma anche del ratto gigante di Tenerife e Gran Canaria cacciato fino all’estinzione dai Guanci, primi abitanti delle Isole Canarie e centinaia di altre specie. Nelle isole, l’estinzione causata dagli uomini è stata particolarmente drammatica a causa della dimensione più piccola delle popolazioni che non ha permesso di reggere il peso della caccia da parte di popolazioni umane che crescevano di numero.

Adesso il mondo è globalizzato e non esistono più confini per lo sfruttamento delle risorse, con la popolazione umana che sta rapidamente arrivando a 8 miliardi di individui (eravamo circa 6 miliardi nel 2000 e pressappoco 2 miliardi e mezzo nel 1950, tanto per fare un confronto). Questo scenario sta portando al sovrasfruttamento di tutte risorse per garantire uno stile di vita moderno ad un numero sterminato di persone. Il primo effetto sulla biodiversità e gli ecosistemi è quello della distruzione di habitat ed ecosistemi per trasformarli in insediamenti residenziali e produttivi, ma anche in aree agricole per produzione di cibo e materia. Molti sono i dati a supporto di questi concetti e mi limito a riportare dei dati sulla quantità di biomassa vivente stimati da Yinon Bar-On e colleghi in una pubblicazione del 2018 su Proceedings of the National Academy of Sciences, una delle riviste scientifiche più prestigiose. Dai loro dati emerge che la biomassa dei mammiferi è costituita per il 32% del totale da esseri umani e per il 64% da animali domestici, ossia cibo per gli esseri umani; le altre 7000 specie circa (che includono elefanti, balene, canguri, orsi, gazzelle, e tutti gli altri) pesano in totale solo circa il 4% della biomassa. Questo dato, terrificante nella sua crudezza, basta a far capire come gli esseri umani si stiano praticamente “mangiando” tutte le risorse disponibili, determinando una crisi senza precedenti nella storia del Pianeta con le sole eccezioni delle grandi estinzioni causate da asteroidi e altri eventi catastrofici.

Gli ecosistemi naturali sono sempre più ridotti e sempre più trasformati per essere assoggettati alle nostre esigenze, che non smettono di crescere. Tutto questo è chiaramente insostenibile per il Pianeta. Gli scenari sviluppati da organismi intergovernativi come il l’IPBES ipotizzano che un milione (mille volte mille) di specie andranno estinte da qui alla fine di questo secolo, in quella che viene chiamata la sesta estinzione di massa. Tutto questo lascerà alle future generazioni un Pianeta impoverito e più rischioso. Ebbene sì, un pianeta con meno specie non solo è più povero di biodiversità ma è anche meno funzionante e, quindi, meno sicuro. Basti pensare che ipotesi molto serie legano il passaggio dell’attuale coronavirus all’uomo alla distruzione degli ecosistemi naturali.

L’unica cosa certa, oltre al fatto che il futuro per sua natura è destinato a restare incerto, è che la sopravvivenza dell’uomo su questo Pianeta è legata a doppia corda al resto della Vita. Se vogliamo assicurare un’esistenza sicura alle future generazioni dobbiamo costruire, per forza di cose, uno scenario di garanzia per la biodiversità e gli ecosistemi di questa meravigliosa astronave chiamata Terra. Siamo tutti sulla stessa nave, l’uomo e gli altri 8-9 milioni di specie. Nel convegno internazionale dei Carabinieri sull’ambiente del 2018, la Biodiversità è stata definita il motore della vita, un concetto decisamente pertinente e anche molto efficace. Se il motore non funziona, come può il sistema Pianeta funzionare?

Lucciole Matteo Mioli

Lucciole. Foto di Matteo Mioli

Quale futuro per la biodiversità e gli ecosistemi

Non esiste una soluzione semplice alla distruzione della biodiversità e degli ecosistemi ma è certo che serve una riflessione strategica circa il nostro ruolo per garantire la sopravvivenza del Pianeta per come lo conosciamo, ossia con la sua Vita. Molta biodiversità è anche legata agli habitat culturali che si sono sviluppati assieme alla civilizzazione umana, come ad esempio i pascoli tipici delle nostre montagne. Questa parte della biodiversità può essere preservata in modo relativamente facile, combinando le nostre esigenze di sviluppo con quelle di sopravvivenza delle specie e di funzionamento degli ecosistemi. Tuttavia, una gran parte della biodiversità necessita di ecosistemi indisturbati, nei quali i processi ecologici possano svolgersi senza subire minacce antropiche. Questa è la componente di biodiversità più a rischio ed è anche quella per cui dobbiamo sforzarci maggiormente per costruire una strategia.

Una delle leggi fondamentali dell’ecologia, quella della Relazioni Specie-Area, predice come il numero di specie presenti in un luogo sia funzione della superficie totale disponibile, secondo una funzione matematica. Per aumentare il numero di specie, unità di base con cui si misura la biodiversità, bisogna aumentare l’area a disposizione. Purtroppo, e semplificando un po’, la medesima legge stabilisce che se diminuiamo l’area a disposizione della Natura, diminuisce il numero di specie che possono essere sostenute. Distruggere sempre maggiori quote di habitat per le necessità umane porta in questo modo a una inevitabile perdita di biodiversità. Non esistono soluzioni semplici per mitigare tale perdita, ma lasciare superfici a disposizione della Natura e dei processi ecologici è una condizione necessaria anche se difficilmente compatibile con lo sviluppo della società. Per far questo è necessaria una nuova alleanza tra Uomo e Natura.

Il grande sociobiologo americano Edward Osborne Wilson, lo stesso che ha coniato il termine biodiversità nonché autore di successi letterari, ha proposto recentemente un nuovo paradigma per la conservazione della biodiversità. Tale paradigma, denominato Half-Earth, ossia Metà della Terra, prevede che l’uomo sviluppi una nuova alleanza con la Vita del Pianeta dividendo le risorse: metà del pianeta per gli umani e metà del pianeta per tutti gli altri esseri viventi. Se riuscissimo ad arrivare a una tale alleanza, potremmo garantire la sopravvivenza a una certa proporzione di specie attualmente viventi, circa l’85%. Non è tutto ma sarebbe molto, e ciò permetterebbe ai nostri figli di vedere un Pianeta simile a quello che esiste oggi. Questa è una delle sfide più importanti che l’umanità dovrebbe mettere nella propria agenda. Il che significa cambiare tante cose, in primis il modello di sfruttamento predatorio delle risorse. Forse la pausa forzosa determinata dal virus di cui si è detto ci offre uno straordinario momento di riflessione.

E dunque, un enorme sforzo collettivo è necessario per garantire la sopravvivenza della Vita sul Pianeta, il funzionamento degli ecosistemi e i processi ecologici fondamentali. Per frenare la sesta estinzione di massa, è fondamentale che l’Uomo rinunci ad utilizzare tutte le risorse disponibili sul Pianeta. Dobbiamo fermare l’accaparramento delle risorse, in primis lasciando maggior superficie alla Natura e ai suoi processi. In Italia, ad esempio, le aree protette coprono poco più del 10% del territorio, o un po’ di più se si considera anche la Rete Natura 2000, ma queste superfici includono anche molte aree gestite. Ovviamente, molte delle aree importanti per il futuro della Vita sul pianeta sono situate in zone tropicali, isole, montagne o aree marine e queste vanno selezionate utilizzando il meglio delle conoscenze scientifiche. È necessario un grande sforzo per proteggere queste aree, a prescindere dagli interessi dei singoli paesi o delle singole attività economiche, per il solo bene del Pianeta e della sua sopravvivenza. Orbene, per costruire le strategie di conservazione necessarie dobbiamo utilizzare le migliori conoscenze scientifiche che provengono da discipline come l’ecologia e la conservazione biologica, e non solo quelle di tipo produttivistico quali la finanza e l’economia.

Il Pianeta sopravviverà all’Uomo e la biodiversità tornerà a fiorire anche dopo le estinzioni che noi uomini stiamo provocando, questo è certo. Altrettanto certo è che la specie umana non sopravviverà al degrado delle condizioni di Vita sul Pianeta. Le prossime sfide per l’umanità sono enormi e quella della conservazione della Vita sul Pianeta è una delle più difficili. Sapere, volontà e determinazione collettiva saranno gli ingredienti necessari a vincerla, gli stessi che ci servono per vincere la sfida contro il Covid-19.

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Alessandro Chiarucci

Alessandro Chiarucci

Professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Alma Mater Studiorum - Università di Bologna. Botanico ed ecologo con attività di ricerca in ambito di ecologia, biogeografia e conservazione biologica. Si interessa di sviluppo di metodi per la misura quantitativa della diversità biologica in termini di coesistenza di specie attraverso la scala spaziale. I progetti che attualmente segue riguardano la biodiversità vegetale delle piccole isole, il ruolo dei siti sacri naturali per la conservazione della biodiversità e l’ottimizzazione delle strategie di conservazione in termini di pianificazione delle aree protette. Collabora con gruppi di ricerca europei ed extraeuropei; considera la Scienza un contributo fondamentale per un mondo migliore, pacifico e prosperoso, sia per gli uomini che gli altri abitanti della Terra.

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